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Speciale Letteratura Giapponese KAGE Aprile è triste è logoro il mosaico del pavimento (Sono Uchida) I giapponesi non godono di grande simpatia in Italia.
Buona lettura Massimo Citi da LN - LibriNuovi 1, primavera 1997
Vago chiarore della luna persino i volti inadeguati sono da amare (Soseki 1867 - 1916) Matsuura Rieko Corpi di donna (Marsilio) La narrativa giapponese di questi ultimi anni è, sorprendentemente, una narrativa in gran parte al femminile. Autrici come Yoshimoto Banana o Yamada Eimi hanno acquisito anche in occidente un pubblico affezionato e anche altre autrici riscuotono finalmente interesse dagli editori italiani . Marsilio, editore tra i più accurati e attenti, pubblica Corpi di Donna di Matsuura Rieko. Sono tre racconti organizzati in maniera non lineare da un punto di vista cronologico e narrati in prima persona da Yoko, ventenne disegnatrice di fumetti erotico-horror (manga), gay e masochista. Si tratta di racconti di tema esplicitamente erotico nei quali Yoko racconta i suoi non facili rapporti con amiche e amanti. E l'aspetto più interessante della sua narrazione è la frattura incolmabile che ogni volta Yoko constata tra la comunione dei corpi, la disponibilità a rapporti sessuali bizzarri e non convenzionali e la comprensione reciproca, la fiducia, l'affetto inteso come piena disponibilità. In questo senso il secondo racconto Vacanze Febbrili, cronaca di un Week-end destinato alla seduzione di un'amica etero e terminato davanti a un frigorifero aperto in piena notte è l'ideale contrappasso all'erotismo cerebrale degli altri due racconti. Mi piace molto la leggerezza di Matsuura Rieko, la disinvoltura un po' affannata con la quale passa dalla descrizione di una sessione sado-masochista alle recriminazioni per un amore mai divenuto maturo. Come in molte altre autrici giapponesi al centro della scena c'è la nuova generazione di donne, libere, anticonvenzionali, accomunate - al di là dei gusti sessuali - dall'insofferenza per i maschi, dipinti come troppo tradizionali, rozzi, egoisti, infantili, scioccamente esibizionisti. Atsushi Ueda (a cura di) Electric Geisha (Feltrinelli) Electric Geisha, a cura di Atsushi Ueda, collana Interzone Feltrinelli, si propone come uno svelto baedecker culturale alla vita urbana nel Giappone contemporaneo ed è la traduzione (peraltro incompleta, ahimé) di un saggio pubblicato nel 1994 sulla cultura nipponica contemporanea e sulle sue origini storiche. I 18 saggi pubblicati permettono al lettore occidentale di cogliere il senso del cambiamento avvenuto in questi anni e rendono ragione anche di mode apparentemente detestabili come quella del Karaoke. L'unico appunto che si può muovere all'edizione italiana, oltre all'incompletezza rispetto al testo originale, è la scelta di inserire Electric Geisha in una collana fortemente caratterizzata come Interzone. Il testo curato da Ueda, infatti, è ad ampio spettro e risulta molto difficile delimitarlo nel campo della cultura di frontiera. Shonagon Sei Note del guanciale (Mondadori) Ultima segnalazione per Note del guanciale di Sei Shonagon, un testo del X secolo ristampato da Mondadori in concomitanza con l'uscita nei cinema del film di Peter Greenaway: I Racconti del cuscino. Non ho ancora visto il film - cosa che non mancherò di fare - ma penso che l'ossessione formale di un regista come Greenaway possa essere ottimamamente adeguata alla raffigurazione della corte imperiale nipponica del X secolo. Sei Shonagon, la giovane autrice, si muove infatti in un mondo curtense, raffinato e profondamente formale, del quale descrive le piccole cose di ogni giorno con vivacità e notevole capacità evocativa. Si tratta di un testo sorprendente, a cui l'estrema lontananza geografica e storica da noi dona ulteriore fascino. Da LN - LibriNuovi 2, Estate 1997 Nel mio andarmene nel tuo restare due autunni (Shiki, 1897 - 1902) Numero quasi monografico della rubrica, questa volta a quattro mani con Silvia Treves. Il tema, in modo inaspettato, è quello dell'omosessualità maschile, esplorata attraverso due testi lontanissimi nel tempo e profondamente distanti come sensibilità. Hisao Hiruma Yes yes yes (Marsilio) Il quartiere mi aveva accolto con la sua impenetrabile e attraente indifferenza e in questo, anche adesso, nulla è cambiato. Jun, giovane ex-componente di una rock band, dopo l'abbandono del gruppo decide di cambiare quartiere e, deliberatamente, di vendersi. ... Per incidere nel mio cuore una qualche sofferenza, avrei dovuto farmi trattare come un fantoccio, come uno straccio vecchio, e solo per una manciata di soldi. Spinto da un impulso masochista non superficiale e neppure realmente sessuale, Jun percorre scrupolosamente la via di degradazione che ha scelto. Ma non perde mai la propria lucidità, costruisce con i "colleghi" bizzarri rapporti fatti di brevi complicità, lunghi silenzi, strane avventure. I suo incontri con i clienti non hanno nulla di piacevole ma neppure di troppo angoscioso: solo con i primi cinque o sei clienti ero stato scosso da forti emozioni. Ormai nulla è più una novità. Jun finisce per smarrire il senso della vendetta consumata contro se stesso, apprezza il denaro facile: ... arrivo al punto di contare le banconote anche mentre i clienti stanno abusando di me su un letto, si abitua ai ritmi allucinanti, sonnolenti di una vita condotta quasi sempre di notte. Perde interessi, passioni, desideri. La sua scelta di essere passivo si fa stile di vita, narcosi autoimposta. Il romanzo termina senza catarsi né risibili redenzioni. Nelle ultime pagine Jun ha definitivamente consumato la propria formazione, il masochismo che lo guidava è andato sbiadendo, tanto che le sue ultime avventure hanno segnato un cauto risveglio della coscienza di essere vivo. Yes, Yes, Yes è un romanzo solo apparentemente erotico e nonostante la schietta, cruda brutalità degli amplessi e dei dialoghi resta un testo gelido e, verrebbe da dire, disincarnato. Jun, come molti degli altri giovani prostituti che conosce, non è realmente un omosessuale, ma finisce con l'apprezzare una condizione che lo libera dall'angoscia della virilità. Jun si lusinga di essere un corpo desiderabile, di essere colui che si offre (a pagamento) a un'umanità maschile goffa, insensibile, ridicola nelle sue pose e nelle sue vergogne, talvolta gratuitamente brutale. Il piacere raggiunto da un uomo è talmente grezzo se paragonato a quello di una donna. É ridicolo da tanto è semplice. dice Yutaka, un suo amico raccontando di un suo incontro con una donna, e il monologo di Yutaka, posto al centro del libro, ne fornisce la chiave. Qui il romanzo di Hiruma si rivela più che omosessuale, profondamente monosessuale. Nelle sue pagine ci sono solo uomini: nervosi, infelici, profondamente sterili nei loro desideri e nelle loro povere fantasie di potere. Il fascino oscuro del libro di Hirumi è probabilmente nel raccontare la miseria di una condizione maschile giunta al limite del suo senso, ma incapace di evolversi, modificarsi. Il libro è, non troppo stranamente, attraversato da un desiderio di mutarsi, di acquisire le categorie del femminile e nel contempo dallo sconforto venato di rassegnazione di essere inchiodati in un corpo massiccio, grave, scarsamente sensibile. Una lettura non facile né superficiale, ma che riesce a dare molto al lettore.. Ihara Saikaku Il grande specchio dell'omosessualità maschile (Frassinelli) In Giappone, a partire dal IX secolo, la Via dei Ragazzi, cioè proprio il tipo di rapporto tra uomo maturo e ragazzo di cui parla diffusamente il saggio di Lingiardi, si affermò come forma di erotismo complementare e non alternativa a quello eterosessuale, degna di essere celebrato da religiosi e aristocratici. L'amore appassionato e protettivo che l'uomo, spesso un nobile o un samurai, nutriva per il suo giovane compagno, scelto fra tutti come confidente oltre che come partner sessuale, veniva ricambiato con una dedizione fiduciosa e una fedeltà esclusiva che sfumava nella lealtà assoluta dovuta al Signore. L'inganno, la rottura di un patto che era anche di solidarietà fra guerrieri, era inammissibile e spesso al reo non restava che la morte, comminata dal Signore o incontrata in duello, oppure il suicidio. La Via dei Ragazzi venne percorsa per secoli, non ostacolata da sanzioni religiose o sociali fino a che lo stile di vita della borghesia improntò anche i rapporti fra uomini e ragazzi al pragmatismo tipico degli scambi commerciali. Ihara Saikaku ci svela, con stile elegante e ironico, le mille sfumature della Via, narrando di amori vinti soltanto dalla morte (e in qualche caso durati oltre il tempo), leggende romantiche di passione e dedizione che già nel secolo scorso, quando Saikaku scriveva, avevano lasciato il posto agli espedienti quotidiani per sbarcare il lunario dei giovani prostituti del quartiere del piacere. L'autore, tra l'altro, spiega l'ostilità delle autorità giapponesi contro il teatro Kabuki: gli Onnegata, i giovani attori dalla bellezza androgina che recitavano in vesti femminili, erano adorati dal pubblico e muovevano un numero di fans paragonabile a quello degli attuali aidoru, pronti però a sfidarsi a duello per ottenerne i favori. (Silvia Treves) da LN - LibriNuovi 3, autunno 1997 Luna veloce: le cime degli alberi sono impregnate di pioggia (Bashô 1644- 1694)tratto da: Matsuo Bashô- Poesie (Haiku e scritti poetici) - Ed. La Vita Felice 1997 Ôe Kenzaburo Gli anni della nostalgia (Garzanti) I romanzi di Ôe hanno sempre avuto una forte vena autobiografica, basterà pensare all'ultimo qui recensito (Un'esperienza personale - > LN 1) dove il protagonista, giovane padre di un neonato gravemente handicappato, è lo stesso Ôe. Questo Gli anni della Nostalgia racconta nuovamente un lungo tratto della vita dell'autore, dall'infanzia in un villaggio di montagna fino alla maturità. Coprotagonista della vita narrata è Gii, l'amico d'infanzia appassionato di Dante, ex-carcerato e animatore di un'esperienza di autogestione della comunità montana del proprio villaggio, dal quale non si è mai voluto allontanare. Ôe racconta la propria vita in controcanto e quasi in contrasto a quella di Gii, giovane prodigio, compagno di studi appena più grande di lui, ma in realtà suo precettore. Non è un personaggio né facile né troppo gradevole, Gii: egocentrico, animato da un larvato sogno di gloriosa autodistruzione, simulatore ma rigoroso fino all'autolesionismo, sognatore individualista - profondamente legato alla foresta dove è nato - attentissimo studioso della Divina Commedia e della poesia di Yeats, egoista come un bambino nei legami sentimentali e sessuali, ma anche follemente generoso, amico onesto e sincero fino a rischiare rotture e litigi con le persone che gli sono più care, primo tra tutti Kei - lo stesso Ôe - che accompagnerà con lettere e giudizi nel corso di tutta la sua carriera di scrittore. Probabilmente il libro di Ôe potrebbe recare come sottotitolo la frase: "L'enigma della personalità", e il suo scopo, man mano che si avanza nella lettura, appare sempre più chiaramente quello di costruire un profilo attendibile, onesto e il più possibile completo dell'amico Gii. E tutto il testo è un'ininterrotta esplorazione - di se stessi, di se stessi in rapporto all'Altro, dell'Altro - condotta con pazienza ed estrema umiltà, che registra onestamente i vuoti, le incomprensioni, le lacune, le fratture, i misteri che l'osservazione di qualsiasi vita implica. Gii diviene anch'egli familiare al lettore, con la sua personalità non sempre comprensibile, spigolosa e animata da fissazioni oscure e talvolta terribili, scandite costantemente dalla lettura di Dante. Ed è questo uno degli aspetti singolari del libro, quasi ambisse ad essere un ulteriore (e affascinante) commento alla Divina Commedia. Non si tratta di un rapporto in alcun modo parassita, semplicemente le citazioni dantesche formano un sottofondo ideale agli eventi della vita di Gii, per quanto di universale ed eterno rappresenta il poema di Dante. E anche per chi, come me, ha avuto un rapporto essenzialmente coatto e scolastico con la Commedia, è stato gradevole e illuminante rileggerne alcuni passi guidato dalla sensibilità dell'autore. Ma Ôe in questo romanzo/ confessione ambisce anche a costruire un Libro della Memoria, scavando nel rapporto complesso, affascinante ed essenziale che unisce letteratura e ricordo, non solo il ricordo personale, ma anche la traccia e l'eco dei ricordi delle precedenti generazioni. Sembra quasi che Ôe cerchi di raccontarsi in quanto testimone, chiamato a riunire nella pagina scritta il filo di tutte le vite che hanno sfiorato la sua. Ma la narrazione condivide la stessa sostanza ambigua del ricordare e il limite di rendere assoluto e definitivo - scritto o detto - anche ciò che è solo relativo, rischiando di nascondere per sempre - con l'irruzione della coscienza - ciò che rimaneva sul filo del crepuscolo, quanto non è stato subito compreso ma è stato altrettanto reale. A questo forse si deve il ritegno, la lentezza di Ôe. Si tratta, come ogni lettore sa, di un terreno minato, nel quale procedere con estrema concentrazione per non creare falsi riflessi e non percorrere strade sbagliate. Un romanzo, in quanto opera d'arte, separa definitivamente l'autore dalla propria esistenza, congela giudizi e riflessioni in una forma definitiva. Ôe ha scelto di esaurire una parte di sé per cercare il filo, il senso della propria vita e di quella di chi gli ha vissuto accanto, in primo luogo l'amico Gii, con il quale ha vissuto un rapporto intenso che non cessa di risvegliare in lui interrogativi. Un romanzo davvero inconsueto, che merita una lettura altrettanto lenta e sensibile. E la merita semplicemente perché il suo respiro è quello dei momenti che ognuno di noi strappa alla propria vita quotidiana per perdersi (o ritrovarsi) nel ricordare.. da LN - LibriNuovi 4, inverno 1997 Yoshimoto Banana Amrita (Feltrinelli) Una famiglia di donne: la madre, la figlia, nata da un primo matrimonio, un bambino, nato dal secondo, una cugina e un'amica della madre. Ritmi e tempi di una vita familiare fatta di piccoli, tranquillizzanti riti, una felicità consueta, minima, edificata sulle colazioni in comune e sulla cucina delle due donne più grandi: la Madre e la sua amica Junko. Protagonista - il romanzo è scritto in prima persona - è Sakumi, la figlia nata dal primo matrimonio. Ed è lei a raccontare la crisi e la fatale disgregazione di questo inconsueto nucleo familiare. La sorella della protagonista - Mayu - è morta di recente in circostanze mai sufficientemente chiarite, e l'ombra della sua rapida parabola vitale accompagna la famiglia. A Sakumi capita di sognarla, talvolta di incontrarla, vederla di sfuggita, confonderla con altre persone appena intraviste. Il suo ricordo è fulgido in alcune circostanze, offuscato e vago in altre. Yoshio, il fratello minore di Sakumi schiacciato dalle proprie ESP sviluppatesi al momento di affacciarsi dell'adolescenza, smette di andare a scuola e si rinchiude in un universo di sonno e silenzio, nel quale è difficile raggiungerlo. Sakumi ritrova amiche perdute di vista da tempo; fa nuove, singolari conoscenze; vive una storia d'amore imprevista con Ryuichiro - il fidanzato della sorella Mayu - e, con il procedere delle vicende familiari, acquisisce gradatamente la consapevolezza del tempo trascorso. Infine Junko, l'amica della madre se ne va e l'esperienza bizzarra della famiglia di donne termina. Il romanzo è tutto qui, e raccontarlo o riassumerlo non è impresa facile. Vive dei colori e delle visioni di Sakumi, degli odori di cucina, delle chiacchiere scambiate a bassa voce di notte, del sentimento di complicità che talvolta unisce magicamente le donne e che le rende orgogliose della propria ironia come della propria lungimiranza e sensibilità. Un romanzo esclusivamente femminile, dunque? Un testo per signorine o per anime belle? Sono in molti ad affettare ironia quando si parla di Yoshimoto Banana, come se il suo talento - talvolta magico - di raccontare emozioni minute ed eventi anche banali dell'esistenza, esercitato su materiali così consueti divenisse anch'esso banale. Yoshimoto sa narrare con sensibilità rallentata, quasi sospesa, le svolte della vita, i momenti di consolazione e di smarrimento e - sorprendentemente - sa trovare le parole per raccontare la gioia. Si muove sulla faccia in ombra della vita, quella quasi esclusivamente occupata da donne, donne che si alzano prima di tutti per stirare o per preparare la colazione, donne che più o meno consapevolmente tessono la trama che permette agli altri membri della famiglia di sentirsi liberi e realizzati. Non si tratta dell'elogio della donna del focolare, sia chiaro: nel primo romanzo tradotto in italiano -Kitchen - era un uomo, un travestito, a vestire i panni della madre e a garantire continuità e serenità a chi viveva con lui. Ma non è un romanzo perfetto, Amrita, Yoshimoto in un paio di occasioni cade in ingenuità mal comprensibili per un'autrice che ha già diversi romanzi al suo attivo, spezzetta eccessivamente le frasi con il risultato di dare rilievo a banali frasi a effetto, abbandona diversi spunti senza svilupparli e colleziona ritratti femminili a forti tinte, non tutti sufficientemente rilevati. Rischia talvolta lo zuccheroso o il bozzetto, salvo poi narrare con un nitore quasi visionario le emozioni provocate da un ricordo improvviso o da una conversazione. Sono convinto che se mai esistono narratori d'istinto Yoshimoto Banana è sicuramente uno di loro. Condivide con i grandi autori giapponesi la dote di sviluppare una narrazione carica di immagini, che nel suo caso arriva quasi ad essere fisica, materiale. Amrita è un romanzo ricco e sorprendente, dispersivo e forse prolisso, ma dotato di un ritmo intensamente emotivo che ha ben poco a che vedere con le confessioni adolescenziali o i palpiti scontati di giovani cuori femminili. Il pensiero della morte e del mutamento lo accompagnano costantemente: la morte come separazione e termine del mutamento, ma anche il mutamento come morte del proprio sé precedente. Concludo sottolineando un aspetto dei romanzi di Yoshimoto che testimonia la profonda differenza tra la mentalità giapponese e la nostra: in Amrita, come in altre opere, la morte non è necessariamente un passaggio ad un altro piano di esistenza e non è separazione definitiva. I morti non abbandonano mai del tutto i vivi, frequentano ancora la famiglia, la casa, non turbati da eventuali peccati consumati in vita ma rasserenati dalla propria condizione di esseri immateriali. Ed è questa visione così coerentemente "pagana" della vita e della morte a fornire ulteriore fascino ad Amrita. da LN - LibriNuovi 5 - primavera 1998 Nel lago si gonfiano le acque piogge del quinto mese Mukai Kyorai (1651-1704) Ôe Kenzaburo Il figlio dell'imperatore (Marsilio) Chi negli anni '60 - '70 abbia militato in qualche organizzazione della sinistra, si sarà interrogato, almeno qualche volta, sul modo di interpretare il mondo degli avversari politici, in particolare di coloro che storicamente rappresentavano la fazione più violenta e pericolosa delle forze politiche avverse, cioé i fascisti. Una volta scartata l'interpretazione più ovvia e insoddisfacente, ovvero quella di concepirli semplicemente come sicofanti al soldo del capitale, e del pari scartata l'ipotesi che essi fossero dei rozzi, brutali minus habentes, affetti da qualche tara lombrosiana, non restava che chiedersi - con una punta di disagio - che cosa spingesse esseri umani non troppo dissimili da noi a militare dall'altra parte, quali valori riuscissero costoro ad astrarre dall'Olocausto e da frasi come: «il nostro Onore si chiama Fedeltà». Motivi non troppo diversi hanno probabilmente spinto Oe a tentare di raccontare dall'interno la vita di un giovane militante dell'estrema destra giapponese, un diciassettenne che da una vaga simpatia per il comunismo scivola verso le posizioni via via più estreme della destra. Il romanzo è diviso in due lunghe sezioni, la prima intitolata Seventeen, la seconda Morte di un giovane militante. Quest'ultima, comparsa un'unica volta sulle pagine della rivista Bungakukai, non ha più trovato un editore né in Giappone né all'estero a causa delle minacce agli eventuali editori ed all'autore stesso da parte dei gruppi dell'estrema destra giapponese. Ma che cos'ha di tanto dissacrante il romanzo? Il protagonista è un adolescente confuso e frustrato che conosce, grazie ad un amico, il capo di un piccolo gruppo di estrema destra. Questi lo prende sul serio, lo lusinga, lo spinge a prendersi crescenti responsabilità. E il giovane, che finalmente assume nel suo piccolo mondo una caratteristica ben precisa («... ora invece di vedermi dentro vedono la divisa della destra e chissà perché sono più rispettosi...») finisce per puntare ogni sua possibilità, ogni sua risorsa nel suo credo politico, rinunciando ad ogni compromesso,.seguendo un proprio percorso mistico e delirante che lo condurrà all'omicidio di un leader della sinistra e successivamente al suicidio. Il risvolto di copertina parla di sarcasmo sferzante ma anche di umana compassione ed è miracoloso come Oe sia riuscito a far convivere nella stessa opera emozioni tanto dissonanti. E anche il lettore, coinvolto in questo romanzo di formazione rovesciato, si trova ben presto a provare comprensione per il protagonista, per la sua coerenza suicida, nella quale il disprezzo per se stesso forma il combustibile della sua passione. Il giovane seventeen prima di incontrare la destra e il culto dell'Imperatore era dedito alla masturbazione, un'abitudine che considerava con vergogna, come il sintomo disgustoso di un corpo inaccettabile nella sua grossolana materialità, un corpo in trasformazione che viveva con orrore: ...mi vergogno da morire che io corpo+anima così consista, ecco quanto basta per vergognarmi a morte... . E proprio questo riferimento alla masturbazione pare essere l'elemento che ha maggiormente scatenato le ire dei gruppi di estrema destra giapponese. Il fatto che nel romanzo i leader di quella stessa destra siano ritratti come un branco di confusi megalomani, piccoli sciacalli corrotti o reduci dalla guerra che non riescono a reinserirsi nella vita quotidiana, non ha reso certo loro più digeribile il testo, come è probabile siano parsi intollerabili i frequenti riferimenti ai finanziamenti occulti da parte del partito di governo. Il fatto è che i fascisti giapponesi, come del resto quelli di ogni altra parte del mondo, hanno bisogno di vestire i panni di eroi omofili, immacolati e incorruttibili, impermeabili alle passioni, tanto più saldi e più forti quando ogni elemento cospira contro il loro sogno. In questo senso l'ansia di martirio, il senso di potere nascosto nella grandezza della sconfitta - una delle grandi costanti ideologiche della cultura nipponica - non illuminano soltanto la destra giapponese, ma anche molta dell'ideologia fascista di questo secolo. ... Non esistevano soltanto i campi di concentramento nazisti, ma anche quelli comunisti, infinitamente peggiori... afferma il leader del piccolo gruppo nazionalista al quale aderisce il protagonista. E questo micidiale mix di ignoranza, frustrazione, cultura tradizionale maldigerita, confusione, impossibilità di integrarsi in una società fortemente selettiva costituisce la base della scelta non solo del protagonista ma anche di tanti altri come lui. La narrativa può essere anche discorso? Certo, purché le caratteristiche profondamente umane di chi vi viene ritratto siano rispettate. Oe, autore politicamente impegnato nella sinistra giapponese, ha dimostrato come si possa rendere una testimonianza intensa, prima umana che politica, senza cadere nel facile errore di cercare la complicità politica del lettore. A concludere il testo, ottimamente curato da Cristiana Ceci, titolare della collana di letteratura giapponese, e attentamente tradotto da Michela Morresi, il discorso di ringraziamento tenuto da Oe in occasione della consegna del Premio Nobel, un importante contributo alla comprensione della cultura giapponese contemporanea. da LN - LibriNuovi n° 6 - Estate 1998 Sotto una falce di luna pallida è la terra e bianchi i fiori di grano saraceno (Basho Matsuo 1644 - 1694) Akiyuki Nosaka I maestri dell'eros (Marsilio) La cultura giapponese ha un modo manifestamente diverso di concepire e pensare il sesso - e più in generale tutto ciò che attiene al corpo - rispetto alla società occidentale. Non è raro incontrare nelle pagine di Oe Kenzaburo, Mishima Yukio, Tanizaki Jun'ichiro e di molti altri autori, descrizioni o gesti che un autore occidentale avrebbe accuratamente.evitato. Può trattarsi di un retaggio della società contadina feudale che ancora nel secolo scorso dominava il Giappone o, forse, dell'espressione di una visione del corpo che per il puritanesimo occidentale è inconcepibile. Secondo il saggio Il crisantemo e la spada, pubblicato in Italia da Astrolabio, per i giapponesi il sentimento della vergogna per un comportamento pubblico che contravviene le norme sociali sostituisce il senso individuale del peccato, tipico della cultura occidentale. In questo modo l'universo personale, al quale il sesso appartiene, resterebbe di proprio esclusivo dominio, senza inopportune e sgradevoli intromissioni da parte di salvatori d'anime. Un'etica sicuramente affascinante e ambigua... In ogni caso, questa osservazione mi è tornata in mente leggendo I Maestri dell'Eros di Akiyuki Nosaka, editore Marsilio e mi ha accompagnato durante l'intera lettura. Subu-yan, Banteki, Scarafaggio e Kakiya vivono letteralmente di sesso. Sono pornografi per necessità e/o per passione. Pragmatici nel dare sollievo ai pruriti e ai desideri proibiti di professionisti e uomini di successo, coltivano anche, senza provare il minimo imbarazzo, una curiosa forma di idealismo per la quale giustificano la loro attività con l'impegno a dare gioia (Subu-yan) o suscitare emozioni artistiche attraverso il cinema e la fotografia (Banteki) e l'arte del romanzo (Kakiya). Personaggi candidi e lunari in un mondo che, in fondo, è ben peggiore di loro, si arrabattano, discutono, si scontrano su ciò che è più adeguato a suscitare l'eccitazione maschile e mentre deplorano i filmetti perversi di fattura casalinga di un noto medico di successo, si sforzano di inseguire il vero nelle loro modeste produzione erotiche. I Maestri dell'Eros non è solo un romanzo sciolto, vivace, divertentissimo (il che nel panorama della letteratura giapponese non è un evento troppo comune) ma è anche la perfetta rappresentazione di un universo morale rovesciato, dove può capitare al protagonista - Subu-yan - di chiedersi, quando rinviene un romanzo erotico nascosto tra gli indumenti della figliastra «Se fossi un genitore come gli altri, come mi comporterei in una situazione del genere?» Insidioso, Nosaka conduce il lettore ai limiti di ciò che è ritenuto deprecabile, diverte e si diverte a scherzare su feroci tabù - sessuali e non - ride di pudori ostentati e rovescia la rispettabilità in ipocrisia. É "insolente", come lo descrive Mishima Yukio, ma è anche, insieme, curiosamente malinconico e affettuoso nei confronti dei suoi personaggi. Non esistono situazioni dove la banalità del sesso ostentato non sia temperata dal gioco del paradosso: esemplare la vicenda di Kakiya, scalcinato e patetico attore erotico abituato ad "esibirsi" con la bellissima Rie, dove la semplicità quasi brutale del tema diviene occasione per una riflessione amara e stralunata sui doveri paterni. Non vi è regola o norma morale, nel libro di Nosaka, che non si mostri inadeguata e naufraghi miseramente di fronte all'unicità irriducibile di ciascuna esistenza, che non appaia misera se posta a confronto con il terrore della solitudine. Se ci pensi, i piaceri della vita umana si riducono a "questo" e al mangiare: se elimini questo qui non vale più la pena di vivere neppure per quelli che si vantano di essere presidenti di grandi società. (...) Usiamo foto particolari e libri stuzzicanti, e anche uno piccolo e avvizzito, spam e glielo tiriamo su di nuovo. É una missione umanitaria. teorizza Subu-yan. Si sorride - ovviamente - della sua falsa coscienza, ma un po' della sua serena rassegnazione, della sua modesta saggezza nell'accettare la nostra condizione comune di esseri deboli, fragili e mortali, magari perseguitati da strane manìe e fissazioni sessuali, finisce per accompagnare anche il lettore, che rinuncia alla sua veste di giudice dei personaggi per accompagnarli nel loro bizzarro viaggio. Al termine della lettura non sono tuttavia in grado di esprimermi in modo definitivo sul problema che ho sollevato all'inizio. Sospetto che un sereno equilibrio tra sessualità e sensibilità come quello raggiunto nel libro di Nosaka sia relativamente facile solo per uno scrittore giapponese, e temo che per questa come per altre differenze culturali, ci si debba riferire alle diverse radici religiose, un tema che andrebbe davvero troppo oltre i limitati scopi di questa rubrica. Mishima Yukio La dimora delle bambole (SE) Mi è stato chiesto perché non avessi ancora dedicato neppure una riga allo scrittore giapponese più noto in occidente, ovvero Mishima Yukio. Approfitto dell'uscita di una sua antologia, La dimora delle bambole, editore SE, per rompere il silenzio. Della morte scelta da Mishima credo siano tutti sufficientemente informati. É meno noto il fatto che Mishima è stato uno degli autori giapponesi più interessati e appassionati della letteratura occidentale e uno degli osservatori più acuti e anticonformisti della realtà giapponese. Non pochi l'hanno, con qualche ragione, accostato a Pier Paolo Pasolini, e certamente lo scrupolo artistico ossessivo, la fissazione per l'innocenza perduta, oltre che la polarità sessuale comune, hanno reso questi due autori fenomeni unici nelle due culture. Questa raccolta di racconti può rappresentare un'efficace introduzione alla sua opera, sia al Mishima "occidentale" che a quello che più si rifà alla tradizione. Storia di un promontorio, ovvero il racconto della perdita dell'innocenza, è di un bellezza dolorosa, un testo scritto con una concentrazione quasi magica, che è anche un efficace esempio della cura maniacale con la quale Mishima costruisce il lessico della narrazione. Il principe Karu e la principessa Sotori è la rielaborazione di una leggenda tradizionale, ma la sua cupa malinconia, la sua febbrile visione della passione come preannuncio della morte sono elementi di sensibilità moderna. La dimora delle bambole ha il bizzarro sapore di una favola nera, nuovamente incentrata sul tema dell'amore come rovescio della morte, tema che ritorna anche in Biglietti, che condivide con il precedente un sorprendente gusto per lo humour nero. Il mare e il tramonto, infine, è la storia di un sogno infantile tradito, raccontato con la cadenza della fiaba. É un autore esigente, Mishima, che richiede molto al lettore ma ha anche molto da offrire. Prometto di dedicargli altro spazio in uno dei prossimi numeri di LN. da LN - LibriNuovi n° 7 - Autunno 1998 vado nella brughiera vasta verso di me vengono torri di nubi Yosa Buson 1715 - 1783) Murakami Haruki Dance dance dance (Einaudi) Murakami Haruki (da non confondere con Murakami Ryu, autore del libro Blu quasi trasparente e sceneggiatore del film Tokyo Decadence) è uno degli autori giapponesi più noti in Italia. I titoli finora pubblicati in italiano sono tre: Sotto il segno della Pecora (Longanesi 1992); Tokyo Blues (Feltrinelli 1993) e questo Dance Dance Dance (Einaudi 1998, ed. orig. 1988). Si tratta di romanzi piuttosto diversi, anche se - evidentemente - uniti da alcuni temi comuni. Il primo, Sotto il segno della Pecora, è una vicenda di intonazione fantastica in gran parte ambientata in Hokkaido, nell'estremo nord del Giappone, dove il tema centrale è la ricerca dell'Uomo-Pecora, ovvero dell'unico possibile legame materiale tra una vita affannosa e priva di senso e un'esistenza muta, onirica e sensibile. In Tokyo Blues (ed. orig. 1987) - romanzo di formazione - non vi sono che pallide tracce del soggetto introdotto nel primo dei suoi testi pubblicato in Italia; soggetto che viene però ripreso in Dance Dance Dance. Ma qui Murakami rivisita anche alcuni temi che comparivano già in Tokyo Blues: l'unicità della formazione personale, ossia delle esperienze adolescenziali e della loro influenza - unica e irreversibile - sulla genesi del carattere di ognuno; la passione immatura cioè l'amore infantile e adolescenziale e l'irriducibile, inspiegabile fascinazione del corpo; le imprevedibili strade della predilezione affettiva, ovvero la materia dalla quale nascono e della quale si alimentano amori e amicizie. Per Murakami la personalità - intesa come insieme di ripulse e aspirazioni - è in realtà un instabile connubio di fatalità e necessità, e così come una trottola è obbligata a ruotare per mantenersi in equilibrio, i personaggi del suo romanzo sono costretti a una metaforica danza senza fine per non cadere. In genere siamo solo oscuramente consci di vivere di un equilibrio tanto labile, ma non è così per il protagonista di Dance Dance Dance, che, consapevole della sua natura di danzatore, è costretto ad assistere alle vite altrui ed al loro destino senza nessuna possibilità di influenzarle in maniera duratura. In Dance Dance Dance la distanza tra vite separate diviene insondabile, ma non si tratta di una condizione senza speranza: una canzone, una frase, un'emozione possono talvolta, imprevedibilmente, creare attimi di intimità profonda, di reale affinità. Probabilmente la magia del romanzo sta proprio in questa dimensione di perdita costante, accettabile e scontata, che gli regala una coloritura stranamente malinconica, segnata dal rapporto tra desiderio e destino. Per il lettore occidentale l'intenso sentimento di morte (intesa come separazione definitiva) che forma il nucleo del romanzo di Murakami rischia di apparire incomprensibile o troppo romantico, ma l'attenta partecipazione emotiva di Murakami nel raccontare i suoi personaggi e le loro storie è probabilmente in grado di vincere le resistenze e le chiusure che la nostra formazione cristiana ci impone. Meno convincente appare viceversa la denuncia politico-sociale affidata a brevi appunti a margine delle vicende o presente nei brani dedicati agli incontri notturni con prostitute-accompagnatrici dotate di una tecnica erotica rimarchevole. Anche l'erotismo levigato e cerebrale vissuto dal protagonista viene paradossalmente a sottolineare la solitudine e la separazione di vite e vicende personali. «Non esiste spettacolo più triste di una coppia che fa l'amore» scriveva il pittore erotico Utamaro, rimarcando l'impossibilità di un incontro che non sia un deludente appuntamento di corpi. Raccontare Dance Dance Dance, un romanzo fatto di relazioni, separazioni, dialoghi non è agevole ed è probabilmente inutile. E il perno reale della vicenda, un incontro rivelatore con un personaggio davvero indimenticabile, è praticamente impossibile da riassumere. Murakami Haruki, come Yoshimoto Banana, è accreditato in Italia come autore neo-romantico, nel migliore dei casi come intimista. Si tratta di una definizione riduttiva e superficiale, che presenta un autore raffinatamente mistico e visionario come un furbo mestierante, estensore di storie d'amore dal finale necessariamente triste. Ovviamente né il primo né la seconda sono autori dotati dell'intensità e della forza di Oe Kenzaburo o di Mishima Yukio, e la loro narrativa, imperniata com'è su una dimensione privata, non concede al lettore occidentale l'ebbrezza di troppo facili transfert politici ed esistenziali. Ma forse sono proprio i sentimenti più sottili, le emozioni più fragili, il semplice modificarsi dell'esperienza con il trascorrere degli anni ad avere in questi tempi la necessità di autori capaci di narrarli, senza enfasi e con la chiara coscienza della limitatezza della nostra vita.. da LN - LibriNuovi n° 8 - inverno 1998 Una parola uscita di bocca fredda le labbra come vento d'autunno (Bashô Matsuo) Ruth Ozeki Carne (Einaudi) Ruth Ozeki non è una scrittrice giapponese; non solo, il suo libro è in gran parte ambientato negli USA ed è stato scritto e pubblicato in inglese da una casa editrice americana. E allora cosa ci fa qui? La risposta non è lineare come mi piacerebbe, ma ha a che fare con la sostanza - ossia i personaggi e il tema - del romanzo. Carne è raccontato in prima persona da una giovane regista televisiva che ha ricevuto l'incarico di girare per conto di una rete giapponese una serie di programmi che promuovano l'uso della carne di manzo presso le massaie nipponiche. Parallelamente alla sua vicenda si snoda quello di Akiko, moglie del responsabile della campagna pubblicitaria della Beef-Export, la ditta americana che sponsorizza il programma. Jane, la regista, con la sua troupe rigorosamente giapponese, gira per le più sperdute plaghe della provincia americana finendo con fare l'esatto contrario di ciò che lo sponsor vorrebbe, mentre Akiko, obbligata dal marito a ingurgitare grandi quantità di carne di manzo, si difende rifugiandosi nell'anoressia. Akiko è un'appassionata lettrice delle Note del Guanciale di Shônagon Sei, alla quale si ispira per comporre propri elenchi di osservazioni (cose che fanno infuriare, cose patetiche, cose prive di qualità, cose disgustose ecc.) alla maniera dell'autrice medioevale giapponese. Anche Jane, una sanguemisto nippoamericana, è un'appassionata di Shônagon e per lei ricordarla è riconfermare il legame con le sue radici. Il romanzo è divertente, talvolta comicamente paradossale, dotato di un buon ritmo e di un intreccio complesso felicemente risolto. Oltre a questo affronta, in chiave comicamente seria, il problema della produzione di carne bovina, raccontando (senza mai annoiare) dell'uso massiccio di ormoni e antibiotici e di allevamenti modello dove gli animali sono costretti all'immobilità per raggiungere un peso maggiore in minor tempo. Racconta insieme le culture americana e giapponese e instancabilmente le confronta, mettendo bene in rilievo come ormai siano entrambe interamente dominate dalla logica di un profitto che, ciecamente, finisce per divorare se stesso. Con un finale almeno parzialmente consolatorio l'autrice lascia sospettare che sia tuttora possibile creare temporanee contraddizioni insanabili nel sistema dei media, soprattutto se a farlo è qualcuno dotato di coraggio e capacità artistiche. Temo che anche una vittoria temporanea e limitata sia possibile unicamente nel contesto di un romanzo, ma non dispero, e per il momento mi accontento della consonanza di visione del mondo con l'autrice, tanto più se espressa con leggerezza ed elegante perfidia. Le Note dal Guanciale assolvono la funzione di contrappunto sensibile alla sommaria brutalità commerciale che circonda le due protagoniste. Akiko si sforza, come la giovane Shônagon, di collezionare minuscole emozioni, sottili distinzioni d'umore, ricordi e fantasie, mentre Jane ricorre alle immagini del libro per sottolineare la sua irriducibilità alla logica vincente. Per entrambe il libro della dama rappresenta una via di scampo, un territorio liberato. Attento snobismo? Smaccata esibizione di erudizione? Non credo, eppure temo che senza avere sottomano il libro di Shônagon Sei, anche soltanto da sfogliare ogni tanto, il romanzo della Ozeki perda parte della sua efficacia. E sarebbe un peccato.. da LN - LibriNuovi 9 - primavera 1999 Rieko Matsuura L'alluce P (Marsilio) Di Rieko Matsuura avevo già presentato in LN 1 il romanzo Corpi di Donna, pubblicato come questo L'alluce P., da Marsilio. La vicenda è quella che Kazumi, una ragazza normalissima, racconta a M. (probabilmente l'autrice, Matsuura). Kazumi è un'impiegata, destinata al matrimonio con Masao, con il quale è fidanzata da tempo, non ha grilli per la testa né vanta qualche bizzarra abitudine sessuale. Il sesso con il fidanzato è piano e del tutto comune, e anche se per lei non del tutto soddisfacente, non costituisce un problema tale da mettere in forse il loro futuro comune. Questo, almeno, finché l'alluce del piede destro di Kazumi non si trasforma in pene. Da quel momento la sua vita sarà destinata a mutare radicalmente. Rotti i rapporti con Masao, che non riesce a tollerare la novità, Kazumi si trova a dover ridefinire per intero la propria vita, a fare finalmente i conti con il sesso e con le peculiarità di ognuno nel concepirlo e praticarlo. Definire L'Alluce P un romanzo metaforico è, naturalmente, un'ovvietà, ma la metafora non è quella che balza per prima alla mente. Infatti Kazumi non va acquisendo - ipotesi deprecabile o desiderabile, dipende dai punti di vista - caratteri virili o nuove caratteristiche androgine, ma resta se stessa per l'intera durata del romanzo. Non solo non riesce mai a sentire l'alluce P come realmente proprio, ma per l'intero romanzo è costretta a fare i conti con la percezione alterata che gli altri hanno di lei. Ed è il "paesaggio umano" che assume via via sostanza a costituire l'aspetto più sorprendente del testo. Kazumi, oggetto della curiosità delle donne e del sospetto dei maschi, trova infine la sua migliore dimensione umana all'interno di un gruppo di freaks, uomini e donne che presentano deformazioni, tare e peculiarità sessuali e che ne fanno spettacolo per un pubblico sceltissimo e ultrafacoltoso. Nel contrasto tra l'apparenza ipersessuata e talvolta francamente grottesca dei componenti del gruppo - il Flower Show - e la loro realtà umana, conflittuale e sensibile, si gioca gran parte del senso del romanzo. L'Alluce P è, tra i tanti romanzi giapponesi che mi sono passati per le mani, probabilmente uno dei meno accettabili per il lettore occidentale. L'uso contemporaneo di tre registri - il grottesco, lo humour nero e il sentimento - non è sempre perfettamente calibrato ed ha comunque effetti catastrofici per il lettore animato da ottime - ancorché elementari -intenzioni. Matsuura si fa allegramente beffe di qualsiasi correttezza politica, lavora nell'area crepuscolare dove i sessi si confondono e i ruoli si disgregano, si impegna a raccontare di uomini e donne incerti, delusi, amareggiati, che devono ridefinire, brancolando nel buio, il proprio desiderio. Il romanzo ha avuto in Giappone un buon successo (centinaia di migliaia di copie vendute) probabilmente dovuto proprio all'inedito miscuglio di innocenza e (apparente) abiezione. Ma non prendete troppo alla lettera l'antinomia: L'Alluce P non racconta con toni patetici e accorati la triste storia di anime belle condannate all'infelicità da corpi ingrati, narra semplicemente (e con una discreta dose di humour) le difficoltà di un gruppo di persone condannate (o forse liberate?) da un corpo ambiguo. da LN -LibriNuovi 10 - estate 1999 Alex Kerr Il Giappone e la Gloria (Feltrinelli Traveller) Il Giappone tradizionale, quello dei Rônin, dei templi Shintô, del teatro Kabuki, di geishe, Ikebana, haiku e geta ha cessato da tempo di esistere. Sopravvive in forme più o meno autocaricaturali ad unico uso dei turisti occidentali. Non sono io a dirlo, ma Alex Kerr, autore de Il Giappone e la Gloria, edito da Feltrinelli nella collana Traveller, un saggio-biografia originariamente scritto in giapponese e pubblicato nel 1993, successivamente apparso in lingua inglese con il titolo Lost Japan nel 1996. L'edizione italiana è una traduzione dall'inglese. Alex Kerr è un collezionista di antichità giapponesi, un mercante d'arte e un amante della cultura tradizionale, stabilitosi in Giappone già negli anni '70 e divenuto col tempo un attento e disincantato conoscitore della società giapponese. I primi capitoli del libro sono dedicati alla sua personale esperienza di inconsueto immigrato americano nel paese del Sol Levante, delle sue difficoltà a far comprendere ai giapponesi la sua passione per mobili, case, oggetti, libri e dipinti antichi, che i locali ritenevano di scarso valore, tanto da distruggerle senza rimpianti o cederle per un tozzo di pane. Kerr attribuisce all'esito della guerra questa diffusa incuria dei giapponesi verso le proprie tradizioni come pure l'assoluta mancanza di ogni forma di tutela e conservazione del patrimonio culturale e urbanistico. Ma le difficoltà incontrate e le bizzarre esperienze sono un'occasione per ampie digressioni storico-sociali ed etnogeografiche sul Giappone, sull'organizzazione fortemente gerarchica della società e sul concetto di Nipponicità, una forma di nazionalismo culturale nel quale lo storico isolazionismo e lo sciovinismo culturale generano un atteggiamento di puntuale disapprovazione e riprovazione verso tutto ciò che non è giapponese. Nel contempo, tuttavia, il Giappone è stato, tra gli sconfitti dell'ultima guerra, il paese che più rapidamente ha abbandonato le proprie tradizioni ed ha abbracciato con più entusiasmo il modo di vita occidentale, gettando letteralmente alle ortiche un'arte calligrafica, teatrale, musicale e figurativa e un'architettura uniche e plurisecolari. La profonda contraddizione è solo apparente: per i giapponesi infatti le "vecchie cose" suscitano un sentimento di "vergogna" e devono quindi essere al più presto sostituite con nuove. Dalle teiere alle planimetrie cittadine. Scritto con uno stile amichevole e nient'affatto pedante il libro di Kerr è un'interessante controguida al Giappone contemporaneo, ricca di notizie storiche e di attualità, una sentita dichiarazione d'amore per una delle più raffinate culture del pianeta e insieme un efficace antidoto a una nipponicità new age volgare e superficiale. da LN 11 - autunno 1999 Murakami Haruki L'uccello che girava le viti del mondo (Baldini Castoldi Dalai) Murakami Haruki non è certamente un autore nuovo per questo spazio. A un anno di distanza da Dance Dance Dance, (cfr. LN 7) romanzo non completamente soddisfacente, perlomeno a detta di molti suoi affezionati lettori, è di recente uscito L'uccello che girava le viti del mondo, edito da Baldini & Castoldi (ed. orig. 1994, trad. di Antonietta Pastore). Come per gli altri romanzi di Murakami anche qui protagonista è un trentenne e la narrazione è in prima persona. Meno consuete le dimensioni del romanzo, ben 740 pagine. Okada Tôru, il protagonista, sposato con Kumiko, è un disoccupato e mentre cerca un nuovo lavoro si dedica all'attività casalinga. Vive con qualche disagio la sua condizione, ma sempre più spesso si trova ad interrogarsi sulla reale necessità di trovare un altro impiego. Lo stipendio della moglie, infatti, è sufficiente per entrambi, e la loro qualità della vita, con una persona perennemente a casa, è nettamente migliorata. Ma non tutto sembra funzionare perfettamente nei suoi rapporti con Kumiko, che negli ultimi tempi si è fatta evasiva, distante, poco disponibile ad avere rapporti sessuali. Tôru non pensa alla cosa più ovvia in questi casi, anzi non sembra neppure cogliere la crisi imminente e il molto tempo disponibile diventa per lui l'occasione per contrarre singolari amicizie e ancor più singolari abitudini. Il racconto, particolarmente crudo e feroce, di un sopravvissuto alla guerra contro i sovietici in Manciuria, lascia in lui profonde tracce, spingendolo ad interrogarsi sul senso delle scelte compiute fino a quel momento, sul limite sottile che lo separa dal vuoto, dal completo annullamento di sé, di pensieri, ricordi e percezioni. Il consumarsi della crisi con Kumiko e la sparizione di lei accelerano e rendono ancora più urgente la ridefinizione della sua personalità, gli fanno riconsiderare le scelte compiute e, nel contempo, gli permettono di mettere a fuoco la figura del cognato - che ha sempre detestato - e di comprendere finalmente il suo ruolo nei confronti della sorella Kumiko, di cogliere la vanità e la follia della sua vita, interamente tesa al successo. Nel corso del romanzo Tôru farà diversi incontri, ciascuno a suo modo rivelatore, e diverrà il custode di curiosi, bizzarri o crudeli ricordi narratigli da estranei. Finirà così per essere il centro inconsapevole di una ragnatela di vite e fatti, coagulatisi intorno alla sua ordinaria vicenda di uomo senza qualità e senza ambizioni. Tôru sarà chiamato a partecipare dell'angoscia, dello smarrimento e del dolore di coloro che incontra, ma riuscirà a giungere al termine del suo processo di maturazione più conscio della propria e dell'altrui esistenza, dopo essere sopravvissuto a un esperienza estrema ed autoimposta di privazione delle percezioni. Il romanzo ha la struttura di un percorso, durante il quale il protagonista acquisisce un nuova nozione dell'esistere. In questo senso si tratta di un'opera intensamente mistica, che riesce anche a rendere ragione dell'andamento erratico di talune pagine anche dei romanzi precedenti. L'Uccello che girava le viti del mondo si candida ad essere metafora dello scrivere, intesa come attività che restituisce tempo e realtà a ricordi e percezioni confuse, ma è anche un invito, per il lettore, a meditare i propri giorni, ad accettare e persino gioire per il vuoto che accompagna, così intimamente vicino, le nostre vite. Curioso come l'opera probabilmente più matura di Murakami sia così profondamente segnata dalla tradizione religiosa buddhista e dal ritorno alle radici della cultura nipponica. Ma la semplicità della forma e la tensione mistica che attraversano il libro escludono il dubbio che si tratti di un'accorta scelta in odore di New Age, dettata da banali motivi commerciali. Tra i motivi del successo di Murakami vi sono probabilmente la leggerezza e la scioltezza dello stile (ben reso anche in quest'occasione dal lavoro di traduzione). Si tratta di una forma di semplicità che non ha nulla della piatta assertività di molta letteratura contemporanea. Murakami non cerca di essere maestro del lettore o di suscitarne l'ammirazione, semplicemente si sforza di esserne compagno. E in questo romanzo mi pare sia riuscito nel suo intento. da LN-LibriNuovi 12 - inverno 1999 Enchi Fumiko Maschere di donna (Marsilio) Protagoniste del romanzo tre donne: Mieko, madre di Akio, il marito appena scomparso di Yasuko; Yasuko stessa, la nuora che vive tuttora con lei, e Harume, sorella gemella di Akio e figlia di Mieko. Con loro due comprimari, Ibuki e Mikame, il primo sposato, il secondo celibe, ma tutti e due perdutamente innamorati di Yasuko. Yasuko apparentemente ama Ibuki, al quale si concede in modo capriccioso, ma accetta di buon grado la corte di Mikame. I due uomini, che sono amici, provano entrambi una bizzarra e inspiegabile avversione/attrazione per il rapporto che lega Yasuko e Mieko, un rapporto di sensuale complicità che lascia sospettare l'esistenza tra loro di un amore omosessuale. Con le due donne vive la misteriosa Harume, bellissima ma mentalmente ritardata, creatura lunare che incarna perfettamente un modello disincarnato e statico di beltà femminile. In apparenza le ambiguità, le oscillazioni, le menzogne, le contorsioni e i sotterfugi di Yasuko e Mieko sono manifestazioni del consueto comportamento "femminile", ma la spiegazione reale della condotta delle due donne (alla quale il libro rimanda già dal titolo) è fortemente legata ad alcuni personaggi femminili del Genji monogatari (Storia di Genij il principe splendente, Einaudi) e in particolare al personaggio di Rokujô, la poetessa e dama di corte amata e poi abbandonata da Genji. Rokujô, incapace di trovare un conforto durevole nella poesia, esattamente come era stata incapace di «... concedersi al totale abbandono in un uomo» (motivo per il quale il principe l'ha abbandonata), diviene un modello per la matura Mieko, decisa a diventare «... un genere di donna eternamente temuta dagli uomini, possibile proiezione dei mali insiti nella natura maschile», indossando virtualmente la maschera di Ryô No Onna, nel teatro nô la personificazione dello spirito vendicativo di una donna tormentata da un amore non corrisposto. Dotato di una rara potenza evocativa e di una eccezionale raffinatezza formale, Maschere di donna è un romanzo gelido ed inquietante che mette in scena con asciutta intensità il contrasto tra la sensibilità contorta e ferita di Mieko, pronta a sacrificare quanto ha di più caro pur di non abbandonare la propria maschera di nemesi - e con essa la ragione della propria esistenza - e la leggera, superficiale sicurezza degli uomini, incapaci di immaginare la maniacale intensità dell'odio di una donna ferita e umiliata. Romanzo certamente arduo, soprattutto per il lettore occidentale che non abbia nozione del romanzo di Murasaki Shikibu (dal quale è nato il teatro nô), Maschere di donna è una formidabile testimonianza narrativa di una separatezza (sessuale, ma anche di storie, destini e modi di concepire l'esistenza) legata a un passato remoto, dal quale sembra impossibile liberarsi. La vendetta di Mieko, consumata fino al termine, sarà anche il motivo del suo smarrimento, la prova definitiva della sterilità del suo odio. Ma nulla avrebbe potuto essere diverso e la nascita di un bambino dall'inconsapevole Harume lascia il romanzo aperto a un nuovo ciclo o a una rottura definitiva col passato. Come sempre preziose e ben curate le note al testo e l'introduzione che consiglio vivamente di leggere a chi si accosta al testo. da LN 13 primavera 2000 Yoshimoto Banana L'ultima amante di Hachiko (Feltrinelli) La narrativa di Yoshimoto Banana possiede il dono di un'immediatezza quasi magica, una colorata levità che la rende gradita a un'ampia fascia di lettori, dai più navigati ai lettori occasionali, che ne apprezzano la parsimonia lessicale e i temi sentimentali. Uno dei temi preferiti da Yoshimoto - appariva già in Amrita - è quello della percezione extrasensoriale, ossia la possibilità di un contatto empatico con i defunti o il manifestarsi di forme di sensibilità esasperate quali la prescienza o brevi, intensi momenti di telepatia. L'abilità di Yoshimoto consiste nel giocare questi "azzardi" narrativi in modo perfettamente coerente alla vicenda narrata. In questo il costante uso della forma di narrazione più parziale - il racconto in prima persona - ha un ruolo essenziale. Il lettore è così disponibile a eventi e percorsi in altre circostanze inaccettabili, sedotto dalla leggerezza sognante dello stile e attirato dal costante riferimento dell'autrice alla robusta tradizione romantica nipponica. Nel'opera di Yoshimoto (come in quella di Murakami Haruki) si è così disponibili ad accettare sinistri presagi e inspiegabili - ma quotidiane - percezioni ESP. La cornice scelta dall'autrice, d'altro canto, è in genere studiatamente ordinaria, i suoi personaggi non posseggono doti particolari, al di là di un elevato grado di sensibilità, e quanto raccontano ha i modi e la verosimiglianza di un diario adolescenziale. Tutto questo discorso nasce in realtà da una delusione. L'ultima amante di Hachiko, Feltrinelli editore, traduzione di A.G. Gerevini (perché non di Amitrano?) sembra possedere tutte le prerogative richieste da un testo firmato da Yoshimoto, ma nonostante questo non riesce a appassionare il lettore, non solo, in definitiva non riesce nemmeno a interessarlo davvero. Si tratta di un racconto lungo, narrato in prima persona dalla nipote di una saggia, anziana signora che un gruppo di fanatici ha deciso di riconoscere, dopo la sua morte, come guida spirituale. La nipote, che pure ha stima per la nonna, non riesce a prendere sul serio la passione spirituale che anima i credenti e la sua stessa madre e decide, invece, di concedersi interamente alla passione per Hachi, un giovane dal destino già segnato, di passaggio in Giappone e destinato a tornare in Tibet. Il testo è la cronaca della passione di Mao, la protagonista, e della rovina della comunità religiosa sorta sul ricordo della nonna. L'approccio di Yoshimoto al tema è decisamente troppo parziale: a lei interessa unicamente il racconto dell'amore di Mao per Hachi, un amore nato da una profezia della nonna e destinato a terminare dopo un tempo dato, ma fanatici e religione incombono e Yoshimoto è costretta a liberarsene, molto goffamente bisogna ammettere, con un finale goffo e affrettato. D'altro canto la scelta a priori di raccontare un amore destinato a terminare in un tempo dato risulta troppo studiata e artificiosa per il lettore. Giunti a metà del libro si ha la netta sensazione di un testo nato senza interesse né passione, un esercizio di pura sopravvivenza commerciale del quale, probabilmente, sentiva la necessità unicamente l'editore giapponese di Yoshimoto. Il testo ha comunque avuto - meritatamente - scarso successo in Italia (in Giappone non lo so) e nonostante il suo prezzo molto contenuto non merita l'interesse neppure degli amanti più appassionati di Yoshimoto. Oe Kenzaburo Una famiglia (A.Mondadori) Una famiglia di Oe Kenzaburo, Mondadori Oscar, non è nato come testo unitario, ma costituisce una raccolta delle conferenze tenute dallo scrittore giapponese presso diverse istituzioni, fondazioni e associazioni che in Giappone si occupano a vario titolo di handicap mentali. Come molti sapranno Oe Kenzaburo è padre di Hikari, un giovane nato con una grave deformità che ne ha gravemente compromesso le possibilità di normale sviluppo intellettuale. Il fatto che Oe Hikari sia attualmente uno dei più interessanti compositori di musica contemporanea costituisce un elemento di speranza per tutti coloro i cui figli siano portatori di handicap anche gravi e Oe Kenzaburo si è sempre volentieri prestato a raccontare la propria esperienza, dall'iniziale violento rifiuto all'attuale precaria serenità, ottenuta con l'impegno comune della famiglia. Apparentemente il testo, al di là del suo valore di testimonianza civile e umana, non parrebbe rivestire un interesse narrativo, eppure non è così. La delicatezza, la faticosa sincerità di Oe Kenzaburo nel raccontare con miracoloso pudore i minuti fatti della vita del figlio, nel descriverne gli atteggiamenti, gli interessi, le difficoltà e i successi sono altrettanti momenti del racconto di alcune vite e come tali finiscono per assumere un imprevisto interesse per il lettore. Oe parla del dolore e della necessità di affrontarlo, trova le parole per descrivere un eroismo costante, attraversato anche da malumori, insofferenze, temporanee sconfitte. Proseguendo nella lettura si ha la sensazione che il successo di Oe Hikari sia qualcosa di più che una semplice consolazione, una bella cosa. La sensibilità così ben temprata di Oe Kenzaburo si avvicina molto al nucleo della nostra umanità, ci aiuta a ritrovarne gli elementi più semplici: l'attenzione, la dedizione, una curiosità per il reale che spesso dimentichiamo. La recensione che segue non ha molto a che vedere con i testi abitualmente ospitati nel mio spazio. Ma il libro mi è stato regalato ed ha risvegliato il mio interesse (qualche volta anche la mia passione) e ho pensato che un passaggio dall'estremo oriente all'estremo occidente non sarebbe stato poi troppo traumatico... da LN -LibriNuovi 14 - estate 2000 Nakagami Kenji Il mare degli alberi morti (Marsilio) Nakagami Kenji è un autore praticamente sconosciuto in Italia. Il mare degli alberi morti, pubblicato da Marsilio (trad. di Irene Tessaro) è il primo dei suoi romanzi a comparire da noi. Nakagami è morto nel 1992 a 46 anni, dopo una vita non facile. Nato da una famiglia di hinin (lett. sottouomini, termine che in Giappone veniva attribuito ai coreani e ai diseredati) ha pubblicato i primi racconti nel 1973 e ha vinto con Misaki (il promontorio) il premio Akutagawa edizione 1976. Il mare degli alberi morti è del 1977 e forma con Misaki e Chinohate shijônotoki, il romanzo successivo, una trilogia considerata il vertice della sua produzione. Ho iniziato il romanzo incuriosito per il bizzarro titolo, nonostante non apparisse dei più allegri. Il protagonista è Takehara Akiyuki, un ventenne abbandonato dal padre ed entrato a far parte della famiglia del patrigno, un uomo gentile e operoso, che ha sposato sua madre, Takehara Fusa, nonostante ella avesse già messo al mondo quattro figli con due uomini diversi. Il patrigno ha molta considerazione per lui, forse anche più di quanta ne abbia per i propri figli, ma è proprio Akiyuki a dubitare spesso di sé, a soffrire la compagnia degli altri, a cercare la solitudine e l'immemore stordimento che gli regala il lavoro manuale. Il patrigno, infatti, Takehara Shigezô, è proprietario di una piccola impresa di costruzioni edili nella quale lavora un altro dei suoi figli, ma Akiyuki, pur essendo un gran lavoratore e non rifiutando mai di prendersi le proprie responsabilità, non è interessato a succedergli alla guida dell'azienda. Entrato nell'età adulta, dopo una giovinezza che ha avuto poco di spensierato, Akiyuki è letteralmente perseguitato dal pensiero di ritrovare il proprio vero padre, conoscerlo, parlargli, magari battersi con lui, ma trovare finalmente un punto di riferimento reale, una personalità con o contro la quale definirsi una volta per tutte. Akiyuki vive in una piccola città dove tutti conoscono tutti e dove circolano voci sul padre naturale che vive poco lontano da lui. Si racconta del suo successo con le donne, dei figli che ha avuto da loro, della sua attuale ricchezza, ottenuta con sistemi poco ortodossi e venuta dopo un passato oscuro, segnato anche dal carcere. Insomma, il padre naturale di Akiyuki è, in tutto e per tutto, il suo opposto: mentitore dove lui è sincero fino all'autolesionismo, mondano invece che silenzioso e riflessivo, egoista e vanesio piuttosto che timido e modesto. Ma quando ad Akiyuki capita di incontrarlo gli è impossibile resistere al suo fascino e, nei giorni successivi, trascorrere il tempo a riflettere su loro due, sull'abbandono subìto che, ancora a distanza di due decenni, non cessa di ferirlo. La tensione tra i due si carica di segni premonitori: Akiyuki scopre che la prostituta che anni prima aveva frequentato era anch'ella figlia di Hamamua Ryuzo, suo padre. La scoperta dell'incesto involontario rende i suoi pensieri ossessivi, scava ancora il solco che lo separa dalla sua famiglia. L'epilogo giunge solo apparentemente inatteso. Un semplice litigio con il maggiore dei figli legittimi di Ryuzo si trasforma in omicidio. Akiyuki dopo una breve fuga se ne assumerà per intero la responsabilità, scontando, con la pena, l'incapacità di accettare lo stato delle cose. Il mare degli alberi morti è raccontato interamente in terza persona, anche se a fare da perno alla narrazione è la ragnatela dei pensieri di Akiyuki, i suoi brevi momenti di serenità e le lunghe parentesi di dubbio, le ossessioni, i ricordi. Il lettore intuisce molto presto di aver incontrato un personaggio al quale l'autore ha regalato un destino poco invidiabile ma non cessa di leggere per questo, affascinato dalla complessità e dalla ricchezza della costruzione narrativa di Nakagami. Si termina il romanzo con la sensazione di aver vissuto un frammento di un'altra vita, carichi di ricordi e visioni che presto o tardi troveranno sintonia con qualcosa che ci è appartenuto. Il finale, nel quale Akiyuki è ormai lontano, "libero" di scontare la propria pena, suona amaro ma senza nessun compiacimento drammatico. Nakagami non cerca colpevoli né sceglie innocenti: si limita a raccontarci le possibilità e le conseguenze del vivere, il lungo e contorto percorso dei pensieri che finiscono per diventare più reali dei fatti e delle abitudini. Mishima Yukio Stella meravigliosa (Neri Pozza) Stella Meravigliosa di Mishima Yukìo (edito da Neri Pozza, trad. di Lydia Origlia) è ciò che si potrebbe definire, in prima approssimazione, una causa persa, ovvero un romanzo basato su un tema - la fede nell'esistenza degli UFO - che nemmeno gli autori di FS meno seri si sognerebbero di prendere in considerazione. Eppure Stella Meravigliosa, pubblicato a puntate nel 1962 nelle pagine di una rivista letteraria, ebbe all'epoca un buon successo pur essendo assolutamente privo di qualsiasi appeal fantastico. Protagonista della vicenda è Osugi Jûichirô, un uomo mite ma, come tutte le persone poco abituate ad avere contatti con gli altri, contorto e impacciato. Egli è il primo a incontrare, in una notte estiva, un disco volante. L'incontro, come si dice in questi casi, muterà radicalmente la sua vita e quella dei suoi familiari. Naturalmente a Mishima importa assai poco di arrivare a dare un'identità agli ipotetici piloti dei dischi volanti che appaiono con regolarità alla famiglia Osugi, ciò che è fondamentale per lui, e per noi lettori, è raccontare l'effetto di un'esperienza ultra- (o extra-) terrena (terrestre) su una famiglia media, esplorare gli esiti di una rivelazione ingombrante e, alla lunga, insostenibile. Metafora nei panni di romanzo, Stella Meravigliosa è interamente giocato sul contrasto tra spiritualità e materia, fede e ordinario scetticismo. Naturalmente a essere vinti saranno, come è evidente già dalle prime righe, gli ingenui trasporti della famiglia Osugi, il buffo segreto della loro sognata origine extraterrestre, il complicato intreccio di desiderio e utopia che li ha uniti per anni. A concludere la vicenda un ultimo incontro, che, sia pure per lo spazio di una sola notte, restituirà loro la speranza. Non è difficile comprendere a chi vanno le simpatie e la comprensione dell'autore ma, quasi con penosa soddisfazione, è proprio Mishima a bersagliare la famiglia Osugi con sofferenze e dolori di ogni genere, a burlarsi della loro coerenza - che diviene spesso illusione e cecità - e chiedere loro conto della vita quotidiana. E così quella che all'apparenza sembra un'opera minore, quasi un errore o il frutto di una temporanea infatuazione, presenta ridotti all'essenziale i grandi temi dell'autore di Confessioni di una maschera: la sconfitta dell'innocenza, l'impossibilità di credere fino in fondo a un riscatto o alla possibilità di una salvezza, di un mutamento radicale che salvi il mondo dalla barbarie. Anche grazie alla lettura di questo romanzo "minore" si riesce a ricostruire il senso di un autore come Mishima Yukìo, a cogliere l'assoluta identificazione tra il suo mondo letterario e la sua personale visione del mondo, che, come tutti sanno, lo condurrà al suicidio. 1 haiku tratto da: Bashô Matsuo - Poesie e scritti poetici, a cura di Muramatsu Mariko, ed. La Vita Felice 1996 da LN-LibriNuovi 16 - Inverno 2000 Kawabata Yasunari Prima neve sul Fuji (A. Mondadori) Kawabata Yasunari La casa delle belle addormentate (A. Mondadori) Kawabata Yasunari Il paese delle nevi (A. Mondadori) Da lungo tempo mi ripromettevo di dedicare spazio a uno dei più grandi autori giapponesi di questo secolo, Yasunari Kawabata, ma finora me ne è mancata l'occasione. Occasione che mi è stata offerta dalla pubblicazione di un testo inedito in Italia, Prima neve sul Fuji, pubblicato da Mondadori nell'ottima traduzione di Giorgio Amitrano, traduttore, tra l'altro di Banana Yoshimoto e di Haruki Murakami. Kawabata è stato il primo autore nipponico a ricevere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1968. Il secondo è stato Kenzaburo Oe, al quale, viceversa ho dato più volte spazio in queste pagine. A chi si accosta alle sue pagine potrà sembrare poco appropriato, forse persino assurdo un premio tanto roboante per un autore così discreto. Kawabata narra infatti storie personali, riflessioni e smarrimenti, conflitti e contemplazioni. Come molti hanno detto e scritto è un autore che non si preoccupa di costruire intrecci e trame e, curiosamente per uno scrittore tanto universalmente stimato, quasi tutta la sua produzione presenta la consistenza breve e concentrata del racconto, anche quando, come è il caso de La Casa delle belle addormentate, il testo si presenta più lungo. In realtà qui come in altri suoi libri, K. predilige le vicende fatte di episodi separati, muove la narrazione secondo il flusso del tempo, rendendone così più forte la coscienza nel lettore. Tempo dei fatti, degli eventi minimi, ma anche dell'attesa, della coscienza di ulteriori cicli più lenti che regolano le nostre brevi vite. Uno degli elementi di maggior fascino di K. è, infatti, proprio nella capacità di costruire le proprie storie come frattura, incongruenza tra diversi cicli, il ciclo naturale della vita e delle età, il ciclo delle stagioni e degli anni che si ripetono e il Grande Tempo che governa la vita minerale e la bellezza. La purezza, il candore, la leggerezza sono elementi costanti del narrare di Kawabata. Ma non si tratta della nostalgia di una giovinezza/purezza perdute che risulterebbe stucchevole, ma dell'esplorazione del mistero delle vite e dei corpi, del fascino insieme spirituale e animale dell'amore. Le donne di K. sono ben vive e carnali, talvolta armate di una coscienza del proprio sé corporeo tanto costante e onnipresente (la geisha Komako de Il paese delle nevi) da scatenare passioni malate, nate insaziabili perché i corpi nella loro povertà non possono mai giungere a saziarle. Il sesso in K. è quasi sempre rappresentato come potenza, possibilità che non riesce mai a giungere a compimento. Le donne dai corpi cristallini, dalla pelle candida, morbida e liscia sono il legame con il Grande Tempo, l'oggetto di un desiderio incongruo, che nel momento dell'appagamento denuncia tutta la sua impotenza. Questo è il senso di un testo come La casa delle belle addormentate, dove il vecchio Eguchi che «non era ancora uno di quelli che la donna diceva "ospiti di cui si può essere tranquilli"», ottiene, pagando, di poter passare la notte accanto a una ragazza addormentata, con il vincolo di non poterla svegliare. Il confuso desiderio di Eguchi finisce col divenire, nel corso delle notti passate presso la Casa, contemplazione, a volte malinconica, a volte amaramente divertita, dei giovani corpi femminili con i quali condivide il tatami, resi pure forme senza voce né volontà e che nella loro impotenza scatenano in lui il ricordo dei tanti amori sterili e vissuti affrettatamente, immiseriti da una passione che non è mai riuscito a trasformare in contatto. I ricordi della giovinezza si risvegliano, lo assediano. Sentimenti paterni che non aveva mai immaginato di possedere lo scuotono e gli fanno incontrare un altro se stesso, una chimera instabile che racchiude in sé desiderio e premura, dolcezza e rabbiosa voluttà. L'involucro di Eguchi va ben presto in frantumi e la potenza virile che si vanta di possedere ancora non è altro che una misera consolazione per il tempo perduto, per le occasioni non afferrate. Eguchi non riesce a smettere di frequentare la Casa e ogni volta affronta nuovamente il proprio personale contrappasso, costringendosi a contemplare ciò che non ha mai saputo davvero toccare. Ma la Casa è anche un luogo di sommessa, mascherata violenza. Le ragazze, vergini, sono narcotizzate per non essere svegliate dagli anziani clienti, il loro sonno drogato le rende puri simulacri, come tiepide, perfette bambole. Ed è proprio questo particolare che denuncia il profondo pessimismo di Kawabata. L'unico rapporto intenso, ricco di promesse, che si possa creare tra persone diverse presuppone la disparità, il contrasto, l'assenza. Incontrarsi è perdersi. Yukio Mishima, suo eccellente lettore, nella postfazione al libro parla della «obiettività disumana insita nella qualità visiva del piacere maschile». Kawabata conduce al limite estremo questa imperfezione dello sguardo, rendendola una condizione esistenziale. Il racconto che dà il titolo alla raccolta appena pubblicata da Mondadori è un altro eccellente esempio di questa inquietante, malinconica poetica della solitudine. Jirô e Utako sono stati amanti. I loro corpi si conoscono più di quanto si conoscano le loro menti ma il loro incontro casuale, venuto a distanza di anni dalla passione di un tempo, vive della sua irripetibilità, della sua condizione transitoria. Confusi e timorosi si amano nuovamente, scoprendo soltanto in quel momento ciò che li ha uniti e che, forse, avrebbe potuto unirli per molto tempo. Se ne ritraggono entrambi, spaventati, e si allontanano, lui per ritornare a un rapporto di coppia senza sorprese e lei alla sua condizione di donna divorziata. Diversa la sorte di Junji in Cose che suo marito non faceva, racconto breve contenuto nella medesima antologia, Prima neve sul Fuji, beffardamente crudele nei confronti delle smanie per la perfezione del corpo femminile del protagonista. In poche pagine Kawabata si incarica di «mostrare» (un verbo molto amato da Flannery O'Connor) quanto Mishima ha scritto. Alla base dell'insoddisfazione, del nevrotico desiderio di Junji è proprio la qualità visiva del suo desiderio, insieme all'ansia di apparire adeguato a un modello maschile inesistente. Lo scontro con la realtà e con Kiriko, l'amante matura che gli rimprovera il suo desiderio venato di narcisismo, distruggerà in un secondo tutte le povere categorie mentali del giovane studente. Il difficile, contorto rapporto tra desiderio, amore e intimità è anche il tema del bellissimo Il paese delle Nevi. Ma al centro del racconto è il ritmo delle stagioni, l'onnipresenza del gelo come stato sospeso, dormiente, la condizione che meglio di altre invita alla contemplazione, alla percezione di quel mono no aware, la malinconia delle cose secondo l'interpretazione fornita da Aldo Tagliaferri, ovvero la facoltà di accordare la propria percezione ai ritmi dettati da un tempo ciclico. Shimamura e Komako, il turista cittadino e la geisha del paese delle nevi, vivono nel corso del romanzo una storia d'amore straordinaria, fatta di schermaglie, ritrosie, reciproche intolleranze e improvvisi, repentini abbandoni. Il loro rapporto, difficile e contrastato, sembra vivere di improvvise assenze, di mancanze, di parole che non vengono mai pronunciate ma vagano a lungo nell'aria come presagi. Accanto ad esso germina di vita notturna il legame di Shimamura con Yoko, fanciulla inafferrabile e malata di mente, la cui vita sembra orbitare intorno a quella di Komako, secondo leggi e tempi incomprensibili per Shimamura. I fili sparsi nel testo si raccolgono nelle pagine finali con un'intensità drammatica poco comune nei testi di Kawabata. Ma gli eventi finali dove una morte viene a spezzare il ciclo, non diversamente da quanto accade ne La Casa delle Belle Addormentate, non giungono inattesi per il lettore. La sopita tensione che K. riesce a creare nel testo trova così un suo scioglimento, proiettando l'intera vicenda nel passato, mostrando il confine naturale delle percezioni e dei ricordi. Una via, che gioverà ricordarlo, scelse anche Kawabata, suicidatosi nel 1972. La dimensione attentamente rallentata dei testi di Kawabata nasce dalla scelta di utilizzare forme stilistiche piane, estremamente sobrie ma anche sommamente precise. Ancora una volta prendo spunto da Yukio Mishima che scrive « ... si resta colpiti da ammirazione per la precisione e l'estrema finezza dei particolari che Kawabata impiega ... ». Nulla è lasciato al caso, tutto cospira nel creare sottile emozione, attesa, attenzione. A cominciare dai luoghi accuratamente raffigurati: le luci artificiali, i riflessi di lanterne e fuochi, il lucore blu delle nevi notturne, fino ai dialoghi fatti di mille domande, sconfitti dalla difficoltà di comunicare realmente. Kawabata è uno dei rari autori che impongono il proprio ritmo al lettore, invitano a esplorare il testo con cauta attenzione, ad aumentare la propria percezione per cogliere i segnali celati dalle atmosfere rarefatte, nei dialoghi che sono in realtà monologhi giustapposti. Salvo poi colpire profondamente e dolorosamente. Motivi di spazio mi impongono di limitarmi a questi primi tre libri. Mi riprometto comunque di dedicare ancora spazio a Kawabata, un autore forse meno immediatamente fruibile di altri per il lettore occidentale, ma il cui modo terso ed essenziale di narrare potrà soddisfare chi è alla ricerca di letture durevoli e intensamente suggestive. Alcuni altri titoli di Yasunari Kawabata pubblicati in Italia:
da LN 17 - primavera 2001 Yu Miri Oro rapace (Feltrinelli) Raccontare sentimenti embrionali, descrivere una mente immatura, insieme fragile e violenta è una specie di impossibile sfida, per un bravo scrittore. La sensibilità, l'empatia, la capacità di immaginare e immedesimarsi sono gli strumenti della migliore scrittura e, a prima vista, pare impossibile rovesciarli nel loro opposto, nel racconto veritiero di una mente cieca e rudimentale. Eppure pare proprio che Yu Miri, autrice giapponese trentaduenne di origine coreana, in questo romanzo sia riuscita a vincere la sfida. Kazuki, il protagonista, ha solo quattordici anni. Suo padre, Hidetomo, è il proprietario di una catena di pachinko (una specie di flipper verticale molto diffuso in Giappone), sua madre si è convertita a un buddhismo fondamentalista e vive lontano dalla famiglia; il fratello maggiore, Koki, è affetto da una malattia ereditaria che lo mantiene in un'innaturale condizione infantile mentre la sorella, Miho, fa la prostituta per il semplice desiderio di degradarsi. Kazuki detesta i genitori che gli appaiono, sia pure in modo diverso, altrettanto assurdi e lontani da lui. Vuole bene in modo distaccato alla sorella che però non riesce a comprendere e ama il fratello maggiore di un amore esclusivo che nasce soprattutto dal desiderio di proteggerlo. I suoi legami veri sono con persone che non hanno nulla a che fare con la famiglia. Il padre, Hidetomo, si preoccupa esclusivamente che i figli abbiano le giuste possibilità – le migliori scuole, denaro a volontà – ma, per il resto, è un uomo violento con desideri e modi rozzi. In un suo modo contorto e oscuro ama Kazuki ma è incapace di manifestargli il suo affetto se non riempiendogli le tasche di denaro e, talvolta, conducendolo con sé in ufficio per presentarlo ai propri dipendenti. Kazuki dovrebbe andare a scuola ma non lo fa. Frequenta amici più grandi di lui, ha fatto esperienza di droghe ed è convinto che il suo compito sarà quello di sostituire il padre alla guida dell'azienda. Non ha idee precise sul denaro, ma conosce il suo potere. È insieme viziato e trascurato: una combinazione comune nei bambini di fine millennio, ed è soggetto ad attacchi d'ira incontrollabili: «Quando Kazuki si arrabbiava non lo faceva per attirare l'attenzione su di sé, voleva solo abbandonarsi all'ira. L'epicentro di quel "terremoto" era dentro di sé, ma lui non possedeva la forza necessaria per poterlo reprimere». Si caccia in un grosso guaio ed è così costretto a chiedere l'aiuto del padre. Con il suo abituale cinismo Hidetomo risolve il problema ma, anche se fatica ad ammetterlo persino con se stesso, comincia a essere davvero allarmato. Nella sua concezione semifeudale del mondo Kazuki rappresenta il suo successore, colui che erediterà il suo dominio, un impero edificato sulla passione per il gioco di milioni di sarariman frustrati e stanchi. Hidetomo legge biografie di grandi manager e ha scoperto che alcuni di loro sono stati iniziati all'attività del padre all'età di tredici anni. Fa così partecipare Kazuki alle riunioni aziendali, presentandolo come il suo successore. Quando il padre giunge a minacciare di rinchiuderlo in un collegio, Kazuki perde il lume degli occhi e, usando una spada da samurai della collezione paterna, lo uccide e nasconde il cadavere nel sotterraneo dove Hidetomo custodisce i tesori di famiglia. Ci si aspetterebbe che in Kazuki cominciasse a germogliare il rimorso, ma il ragazzo ha compiuto il delitto per difendersi da una minaccia per lui terrificante e non ha nulla di cui pentirsi. Viceversa è molto preoccupato per l'immane compito di dover dirigere l'azienda paterna, oltre che angustiato dalla presenza del cadavere nel sotterraneo, il cui odore finirà per invadere la casa, smascherandolo. La scomparsa del padre non preoccupa nessuno per un po', anche perché Kazuki ha detto che Hidetomo è in Corea dalla sua amante, ma dopo i primi controlli i funzionari dell'azienda paterna sospettano che gli sia capitato qualcosa di grave. Ovviamente nessuno si sogna di prendere in considerazione Kazuki come possibile nuovo titolare, mentre Mai, l'amante del padre, lo seduce per ottenere un vitalizio che la sistemerà per sempre. Proiettato bruscamente nel mondo degli adulti, Kazuki è convinto che il denaro possa risolvere ogni problema. Frustrato e tormentato dall'ingombrante presenza del cadavere, fantastica di vendette e di clamorosi riscatti, si vede già adulto e rispettato ma non capisce i sentimenti degli altri verso di lui, giunge ad allontanarsi da Kanamoto, un ex membro della yakuza che gli è sinceramente affezionato, e colleziona errori come se qualcosa dentro di lui cospirasse per perderlo. Quando la pressione raggiungerà un livello insostenibile Kazuki non potrà che arretrare, cercare un'inutile via di fuga verso l'infanzia definitivamente perduta. Oro rapace (tit. dell'edizione originale giapponese: Gold Rush) è un romanzo intenso e disperato, che non scade mai in un facile pulp o inciampa in un involontario grottesco. I personaggi che vi appaiono – che grazie a un'interessante e inconsueta tecnica narrativa abbiamo l'opportunità di conoscere da vicino – non hanno nulla di esagerato o falso: sono individui normali, ritratti senza enfasi nelle proprie miserie e disperati appetiti. Kazuki, ed è questa la nota più angosciosa della vicenda, non è un assassino nato, ma soltanto un adolescente immaturo che non riesce a sopportare nessuna frustrazione. Si tratta di un genere di giovane divenuto molto comune, non solo in Giappone, e probabilmente ognuno di noi ne ha conosciuti. Ma Yu Miri non ha scritto Oro rapace per fare del facile moralismo, ma per cercare di narrare lo smarrimento e l'ansia di quanti crescono in un mondo dove l'isolamento e la fatica di vivere spingono a credere che il denaro sia l'unico antidoto alla paura. Un'ultima nota sull'autrice: Yu Miri è nata in Giappone da una famiglia coreana ed è quindi, secondo la vecchia terminologia nipponica, una hinin, ovvero un individuo di una stirpe inferiore. Curioso notare come ella, a differenza di altri autori giapponesi anche contemporanei, non mostri evidenti legami con la tradizione letteraria dell'arcipelago e, forse per la sua origine straniera, conservi un distacco e una lucidità nella narrazione del Giappone contemporaneo che non è così facile incontrare. da LN-LibriNuovi 18 - estate 2001 Dazai, Oe, Kawabata, Endo, Abe e altri Cent'anni di racconti dal Giappone (A. Mondadori) Esce da Mondadori, dopo una lunga assenza dalle librerie, la ristampa di una raccolta di racconti, Cent'anni di racconti dal Giappone, a cura di Cristiana Ceci (una delle curatrici della collana Mille Gru di Marsilio). Si tratta di un'antologia a suo tempo nata come introduzione alla narrativa giapponese e che tuttora svolge egregiamente il suo compito. Innanzitutto per la scelta degli autori - Dazai, Oe, Kawabata, Endo, Abe, per citare i più noti al lettore italiano – in secondo luogo per l'introduzione, una breve storia delle letteratura nipponica, e infine per le schede bio-bibliografiche degli autori pubblicati. Un buon lavoro a un ottimo prezzo. A voler essere pignoli si potrebbe notare che la scheda di Oe non fa menzione del premio Nobel ottenuto dall'autore nel 1994, ma poi si ricorda che di una ristampa pura e semplice si tratta, varata da Mondadori per inseguire l'interesse che la narrativa giapponese ha suscitato in questi anni. Certo, sarebbe stato desiderabile un aggiornamento delle schede, magari l'introduzione di qualche autore a suo tempo non incluso, come Sôseki Natsume, Mishima Yukìo, Akutagawa Ryunosuke, Inoue Yasushi. Ma sarebbe davvero chiedere troppo alla Mondadori. Accontentiamoci di una ristampa comunque felice. I racconti sono praticamente tutti di livello egregio ed è difficile per non dire impossibile – e ingiusto – segnalarne qualcuno per particolari pregi. Per gusti personali e per lunga frequentazione degli autori dirò che i due racconti di Oe, Uno strano lavoro e L'orgoglio dei morti e quello di Kawabata Yasunari, Luna d'acqua, sono tra quelli che mi hanno maggiormente colpito, ma a destare la mia felice sorpresa sono stati i racconti delle tre autrici pubblicate: Hayashi Fumiko, Hirabayashi Taiko ed Enchi Fumiko, purtroppo poco note in Italia. Infatti solo dell'ultima è stato pubblicato un romanzo in Giunti Astrea – Onnazaka – mentre delle altre due sono apparsi soltanto pochi racconti in edizioni inaccessibili al grande pubblico. Di Hayashi Fumiko sono pubblicati due testi, La città della fisarmonica e dei pesci e Il tardo crisantemo. Il primo il racconto di una sosta in città di una famiglia di girovaghi, narrata dalla giovane figlia, il secondo la cronaca di un incontro nell'immediato dopoguerra tra un uomo e una donna che per un breve periodo erano stati amanti. Storie narrate con delicata crudeltà, che sanno rendere con rara concentrazione la contrapposizione tra desiderio e realtà e tra tempo e memoria. Freddamente struggenti, profondamente suggestivi due racconti carichi di quella delicata malinconia tipica della narrazione giapponese novecentesca. Anche di Hirabayashi Tamiko sono presenti due racconti: Sono viva e La vita di un uomo. A colpire particolarmente il primo, dove l'autrice riesce a rendere con perfetta mano il profondo dissidio e l'incomprensione che dominano i rapporti tra i sessi. Incomprensione e difficoltà che ritornano anche nel bellissimo racconto lungo di Enchi Fumiko, L'Ammaliatrice, curiosamente soffuso di un sottile e raffinato – verrebbe da dire rassegnato – umorismo. A un prezzo ragionevole davvero un'ottima introduzione alla narrativa del Sol Levante. Sôseki Natsume Guanciale d'erba (Neri Pozza) Vengo adesso a un autore in corso di ristampa dopo diversi anni di assenza. Parlo di Sôseki Natsume, del quale è appena uscita da Neri Pozza la ristampa di Guanciale d'erba ed è annunciata quella del libro ritenuto il suo capolavoro, Anima. Tutti e due i romanzi citati sono già apparsi in Italia editi ne «L'Ottava», una collana di Longanesi che aveva tra i curatori – particolare forse non troppo curioso – Franco Battiato. Due romanzi apparentemente molto diversi, il primo la cronaca di un soggiorno in campagna di un poeta - pittore cittadino che si compiace della semplice bellezza della natura, il secondo un romanzo di formazione di un giovane con il racconto del suo rapporto con «il Maestro», un uomo che ha incontrato casualmente e che darà un'impronta definitiva alla sua vita. Guanciale d'erba, nella traduzione di Lydia Origlia (riproposta da Neri Pozza) precede di otto anni Anima, che viene considerato il capolavoro di Sôseki. Un romanzo di riflessioni, di attente osservazioni, di penetranti ritratti. Un testo nitido e immobile che ricorda lo Huysmans di À rebours (del quale è praticamente coevo) soffuso della stessa sottile pena e della stessa ansia di percepire. Una percezione dapprima ingenuamente indirizzata a una condizione di sovrana, artistica congiunzione con il mondo naturale, successivamente turbata dal mistero di altre presenze umane e dall'esigenza di ritrovare il distacco tanto attentamente ricercato. L'inevitabile fallimento di ogni sforzo ha tuttavia il sapore di una vittoria: il sublime corteggiato nella poesia e nella pittura può vivere soltanto quando, alla stazione, davanti a lui «[...] lo sguardo di Nami e quello del soldato istintivamente si incontrano», quando Nami «è stranamente pervasa da un sentimento "compassionevole" che non avevo mai veduto in lei». Soltanto le scomposte, disordinate passioni umane riescono ad accendere davvero l'attenzione dell'artista, anche se questi se ne ritrae spaventato. La riconciliazione tra vita e arte è possibile, anche se solo per un istante. Il tema del contrasto tra sensibilità e necessità ritorna, più profondamente indagato, in Anima. Qui il giovane protagonista, studente, conosce un uomo più anziano e prende a frequentarlo. L'uomo – colto, raffinato, sensibile – ama discorrere e apprezza la compagnia del giovane ma un curioso pudore lo frena. Il giovane, pur frequentandolo, non riesce né a stabilire quale sia la sua occupazione né a comprendere molti dei riferimenti e delle oscure intenzioni che il suo interlocutore a volte esprime. Ma per lo studente il suo fascino è irresistibile, soprattutto paragonando la cultura e i modi cittadini del «Maestro» con quelli dei suoi genitori, gente di campagna, la cui attenzione si esprime più che con le parole, con le azioni. La frattura nella vita del protagonista sarà improvvisa e completa. La malattia del padre e la sorte del «Maestro», raccontata in una lunghissima lettera che occupa per intero la seconda parte del romanzo, porranno fine alla sua giovinezza. La realtà gli chiederà conto, come già è accaduto all'uomo che ha chiamato maestro, delle sue illusioni. Anima, che è stato per decenni uno dei romanzi preferiti dai giovani giapponesi, riesce a rendere con estrema lucidità gli anni del passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Il contrasto che già appariva in Guanciale d'erba è qui nettissimo: non è semplicemente possibile conservare l'innocenza dello sguardo, la fiducia nel futuro. Il mondo non ha pazienza né pietà e – la geniale costruzione concentrica del romanzo lo conferma – età dopo età siamo tutti chiamati ad accettare l'impallidire e lo spegnersi dei sogni. È in quel momento che si afferma la coscienza della solitudine, condizione che, nella migliore delle ipotesi, può essere condivisa nella vita coniugale, ma senza illudersi di vincerla. L'estrema attenzione di Sôseki per questo passaggio della vita nasce probabilmente dalla sua storia personale, raccontata nell'ottima introduzione di Gian Carlo Calza (Sôseki: la solitudine come arte) al volume a suo tempo edito da L'Ottava, e che mi auguro venga ripubblicata in occasione della ristampa di Neri Pozza. Sôseki Natsume è un autore tuttora poco noto in Italia, pur essendo un vero classico della narrativa giapponese. Un classico in realtà profondamente influenzato dalla letteratura occidentale, ricco di echi e di riferimenti alla tradizione del romanzo di formazione europeo. Un formidabile anello di congiunzione tra tradizioni letterarie molto diverse. Yu Miri Scene di famiglia (Marsilio) A chiudere questo spazio, insolitamente ricco, Yu Miri, con un racconto lungo, uscito in Giappone l'anno precedente a Oro Rapace (cfr. LN 17). Si tratta di Scene di famiglia, edito da Marsilio con la traduzione di Michela Morresi. Sorvolando sulla ridicola fascetta sistemata sulla copertina che cita il «grande fratello» (la trasmissione televisiva, non Orwell), un racconto asciutto, aggressivo. Per salvare la carriera della sorella la protagonista, Sumi, è costretta a riprendere il suo posto di figlia in una famiglia che la finzione televisiva ha prescelto come ideale. Ma le tensioni che avevano condotto la famiglia al fallimento si ripresentano puntualmente davanti alla videocamera, nonostante i tentativi di nasconderle. Nel corso dell'interminabile vita pubblica Sumi ha così l'occasione di ricapitolare tutti i motivi della sua avversione per la propria famiglia: la fatua volubilità del padre, la scarsa sensibilità del fratello, l'immaturità della sorella, l'egoismo della madre. La vita di famiglia, il suo scacco si ripete accellerato, come farsa che replica la tragedia. Questo non turba minimamente, sia chiaro, la troupe televisiva che ha il compito di costruire a beneficio dei telespettatori l'immagine di una simpatica famiglia un po' svitata. Sarà Sumi, alla fine, ad abbandonare il campo e, contemporaneamente, a rimettere in discussione tutte le scelte compiute fino a quel momento. Sceglierà così di non scegliere, di abbandonarsi agli impulsi del momento, ritrovando un minimo di instabile equilibrio. Testo evidentemente meno drammatico di Oro Rapace, Scene di famiglia conferma comunque le doti migliori dell'autrice: il gusto per l'assurdo, l'attenzione rallentata, quasi macabra per le piccole/grandi incapacità di vivere, gli egoismi meschini, gli equivoci non a lieto fine. Yu Miri riesce a creare nel lettore una sottile sensazione di disagio, una punta di divertita angoscia, rendendoci involontari testimoni di un interminabile litigio per motivi futili. Difficile, come già accadeva per Oro Rapace, non riconoscere nei moti e nelle frasi di Sumi le insofferenze e le sensazioni di impotente esasperazione che hanno accompagnato ciascuno di noi nell'adolescenza. Nella narrativa di Yu Miri l'aggressiva e confusa mediocrità dei genitori costituisce il centro drammatico di ogni vicenda e probabilmente spiega le ragioni del suo successo tra i giovani. Il Giappone di Yu Miri ha perso ogni esotismo e ogni peculiarità, i legami con le religioni tradizionali definitivamente perduti. La sua è una narrativa pienamente, definitivamente urbana. Nel mondo globalizzato le suddivisioni per luogo hanno perso gran parte della loro ragion d'essere: a rimanere un'unica, indistinta, ottusa classe media di lavoratori / consumatori, infantile e spaventata alla quale i giovani guardano con orrore. da LN-LibriNuovi 19 - autunno 2001 Sôseki Natsume Sanshirô (Marsilio) A completare il breve spazio dedicato a Sôseki Natsume nello scorso numero di LN un libro appena ripubblicato, dopo più di dieci anni di oblio, nella collana Mille Gru della Letteratura Universale Marsilio. Si tratta di Sanshirô, testo che precede di sei anni Kokoro (Anima) e che comparve originariamente pubblicato a puntate sul quotidiano Asashi Shimbun. Ritroviamo qui alcuni dei personaggi e dei temi favoriti da Sôseki, che abbiamo incontrato anche in Guanciale d'erba e Anima. In primo luogo il personaggio principale, Sanshirô, studente universitario proveniente dalla provincia, spaesato nel suo primo contatto con Tokyo, ma anche il professore Hirota, che ritornerà con caratteristiche almeno in parte simili nel Maestro di Anima, e Mineko, l'affascinante e inafferrabile coetanea del protagonista che egli si illuderà almeno per un po' di poter conquistare, ambigua ed elusiva come la Dama di Guanciale d'erba. Sanshirô non è un vero romanzo di formazione né un racconto con pretese polemiche o didascaliche, ma, come scrisse lo stesso Sôseki, un romanzo nel quale «il mio compito si limita a lasciare liberi i personaggi […] Essi si muoveranno spontaneamente e come conseguenza nasceranno drammi e conflitti». Nonostante un approccio tanto minimale i temi che Sôseki affronta nel testo sono tutt'altro che limitati o di basso profilo. Sanshirô vive la drammatica frattura che con lui milioni di giovani affronteranno nel corso dei primi anni del secolo, sedotti dal cosmopolitismo della cultura urbana e industriale ma per lungo tempo incapaci di ravvisarne i limiti se non come malessere indistinto, rifiuto temporaneo o indifferenziato sospetto. Così anche la nuova immagine della donna, più libera, indipendente, colta, soprattutto se paragonata alla tradizionale figura della madre, appare agli occhi di Sanshirô insieme seduttiva e temibile, tanto da generare in lui impulsi confusi di ostilità e desiderio. In realtà Sanshirô dovrà scoprire con malinconica, distaccata amarezza che se la sua cultura tradizionale è del tutto inadeguata alla sopravvivenza nel XX secolo, gli è del pari impossibile vestire i panni un po' troppo disinvolti di chi ha accettato fino in fondo la cultura urbana. Inevitabile risultato della sua inadeguatezza è la solitudine che tuttavia, già verso il termine del libro sembra trascolorare da condanna a scelta. Sanshirô, raffinato e penetrante romanzo di caratteri, sia pure nell'inconsueta veste di testo pubblicato a puntate ebbe grande successo nel Giappone di inizio Novecento, nonostante, come scrisse lo stesso Sôseki Natsume, si tratti di «[…] una storia comune. Io non so scrivere fatti straordinari». Dasai Ozamu Il sole si spegne (SE) Dazai Osamu, curiosa figura di aristocratico perseguitato negli anni trenta per la sua militanza nei movimenti clandestini di estrema sinistra, racconta in maniera nitida e drammatica lo sradicamento e il fallimento sociale degli eredi di una classe sociale, quella dei grandi proprietari terrieri, che più di altre subì le conseguenze della rapida modernizzazione del Giappone nella prima metà del Novecento e nel dopoguerra. Ne Il sole si spegne, (nell'originale giapponese Shayô, ossia «Sole Calante», titolo dall'evidente intento polemico) ripubblicato da Se nella versione tradotta dall'americano da Luciano Bianciardi tale fallimento si presenta in primo luogo come degradazione morale, malessere, incerta e confusa ribellione individuale. La narrazione, in prima persona, è di Kazuko, figlia di una dama di origini aristocratiche, dopo la guerra costretta a sopravvivere in ristrettezze in una dimora modesta che divide con lei e Naoji, il figlio. La madre, creatura lunare dotata di un'eleganza innata ma anche di un'assoluta incapacità di affrontare i problemi quotidiani, dipende in tutto e per tutto dalla figlia. Il figlio maschio, Naoji, è disperso in guerra e mentre la madre spera nel suo ritorno Kazuko, la sorella lo teme. Naoji, infatti, prima di essere arruolato e spedito in qualche isola del Pacifico, conduceva un'esistenza disordinata: alcolista, tossicodipendente, violento, giocatore, con qualche ambizione letteraria e vaghe velleità di dissidenza politica, non solo non aiutava la madre e la sorella ma anzi, contribuiva alla crescenti difficoltà economiche della famiglia. Con il suo ritorno la situazione precipita rapidamente: mentre la madre si ammala senza alcuna speranza di guarigione e Naoji riprende la vita che conduceva prima della guerra, Kazuko cerca di offrirsi come concubina a uno dei nuovi ricchi del Giappone postbellico. Ella indirizza all'uomo patetiche lettere insieme orgogliose e disperate alle quali non riceve risposta. La vicenda si consuma rapidamente fino all'epilogo, drammatico e amaro. Non esiste per i personaggi possibilità di riscatto né modo di spezzare la ragnatela di legami e gabbie sociali che impediscono loro di accettare il profondo cambiamento avvenuto nella società giapponese. Né l'inutile rabbia esistenziale di Naoji, che è innanzitutto volontà di autodistruzione, né l'attaccamento della madre alla forme della tradizione né, infine, il logorarsi di Kazuko e i suoi sogni di un rivoluzione morale che sia riscatto e rigenerazione, possono liberarli dalla loro condizione di shayôzoku, «gente del sole calante», termine che entrò nel lessico giapponese in seguito alla pubblicazione del romanzo. Scabro, intenso senza alcun cedimento melodrammatico, Il sole si spegne insieme a Lo squalificato, dimostra con particolare efficacia l'abilità di Dazai nel descrivere con lucidità disperante le tensioni, le incertezze, le contraddizioni, le false speranze vissute dai suoi personaggi. Dazai si tolse la vita nell'anno successivo alla pubblicazione de Il sole si spegne, quasi a affermare senza appello il legame tra la sua biografia e la sua arte. da LN-LibriNuovi 20 - Inverno 2001 Alessandro Gomarasca La bambola e il robottone (Einaudi) Sailor Moon, Pokemon, i Cavalieri dello Zodiaco. Non so quanti siano disposti a prenderli in considerazione come elementi della cultura popolare dell'Estremo Oriente e non, piuttosto, come redditizie invenzioni dell'industria dello spettacolo nipponica. A proporre una lettura di questo genere di fenomeni commerciali è Alessandro Gomarasca, accostando a propri testi quelli di un'antropologa (Anne Allison), una sociologa (Sharon Kinsella) e di altri due esperti della cultura nipponica contemporanea, nel libro La bambola e il robottone, Culture pop nel Giappone contemporaneo, Einaudi, «Struzzi» 2001. Ad aprire il libro una lunga introduzione dello stesso Gomarasca, che definisce i nuovi contorni culturali del Giappone come centro di irradiazione della cultura pop per i giovani consumatori della Cina popolare, di Taiwan e delle aree della nuova prosperità dell'Estremo Oriente. Per queste fasce di nuovo benessere, recenti in queste aree, non sono le scarpe Nike o i cartoni della Walt Disney a essere il riferimento preferito ma la moda kawaii delle giovanissime giapponesi, la divisa da marinaio di Sailor Moon, i manga Shonen Ai o Neon Genesis Evangelion, ultimo nato della lunga tradizione di cartoon robot transformer. A chi liquida il fenomeno mediatico della cultura pop nipponica degli anni novanta collocandolo nell'ambito di una semplice e massiccia operazione commerciale, Gomarasca risponde sottolineando i legami profondi che i fenomeni più evidenti – gli otaku, i tamagotchi, le bambole guerriere, l'infantilismo del kawaii – denunciano con la cultura tradizionale e soprattutto con la situazione dei sessi nel Giappone contemporaneo. Punto di partenza all'inizio del Novecento la shojo, ovvero la fanciulla adolescente e postadolescente di estrazione urbana, non ancora assorbita dal suo ruolo familiare e disponibile a qualche anno di lavoro nel nuovo Giappone capitalista. Le shojo, divenute parte riconosciuta della nuova società giapponese, hanno occupato buona parte della storia sociale del secolo, punto di riferimento obbligato delle nuove libertà femminili esattamente come bersaglio della pornografia revanscista dei sarariman giapponesi. Buona parte della cultura popolare di questi ultimi vent'anni nasce proprio dai percorsi sotterranei della nuova individualità femminile. Basterà citare, a riprova, due esempi: La Principessa Zaffiro e Lady Oscar, due esempi di personaggi transgender, nati sulla traccia degli spettacoli della compagnia teatrale Takarazuka, formata da sole donne, che negli anni trenta e quaranta metteva in scena personaggi maschili dai tratti androgini e ricchi di caratteristiche emotive decisamente più sfumate e articolate. Lo stesso successo dello Shonen Ai, ovvero dei manga che hanno come protagonisti giovani maschi omosessuali dai tratti androgini e che vengono letti in maggioranza da giovani donne, è molto probabilmente parte di questa complicata (spesso contorta) danza sociale dei sessi. E la moda del kawaii, ovvero del «carino», che si esprime nelle forme di un infantilismo tanto studiato quanto lezioso rappresenta forse, oltre che una forma di inconscia resistenza agli obblighi dell'età adulta, un segnale provocatorio che solleva intolleranza e disapprovazione nelle popolazione più adulta e responsabile. Certo, di fronte alla profusione di cuccioletti dai grandi occhioni, di colori pastello, di gridolini, musetti e vezzi tipici dei cartoon giapponesi più kawaii è difficile resistere alla tentazione di liquidare tutto come un esempio deteriore di pericolosa stupidità, eppure è la stessa persistenza del fenomeno, il suo ibridarsi con forme spettacolari di protagonismo femminile, come nel caso delle Sailor, insieme supereroi e preadolescenti frignone, a doverci mettere in guardia e spingerci a riflettere su fenomeni di così evidente rilevanza sociale. Tanto più quando questo genere di fenomeni culturali non rimangono confinati al solo Giappone ma dilagano nel resto del mondo finendo per catalizzare le emozioni, anche contraddittorie, di bambini e adolescenti europei. Il libro di Gomarasca, ricco di osservazioni e considerazioni – anche se inevitabilmente dispersivo e talvolta incoerente – ha il grosso pregio di tentare una riflessione su un universo culturale che finora in Italia non era neppure stato preso in considerazione come tale. Un lavoro profondamente «laico» che si sforza di allineare elementi di analisi senza cadere nella trappola troppo ovvia del moralismo pseudomarxista o pseudocattolico. Un libro che forse ne avrebbe guadagnato se organizzato in maniera più rigorosa, ma che dà un notevole contributo – anche in termini di metodo – allo studio dei fenomeni culturali dell'ultimo decennio del XX secolo. |
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| Autore | Albero |
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