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Disapprovazioni: Cattiverie gratuite (I parte)  
Autore: Giulio Artusi
Pubblicato: 19/6/2004
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Cattiverie gratuite. Parte prima

Cattiverie gratuite. Parte prima.
ovvero
Disapprovazioni, dubbi e dissensi

«Sì, va bene, ma qual è il senso di questa operazione? Perché infierire, colpire, dileggiare, demolire? Non sapete forse, oh sciagurati, che la stroncatura è finita? Che Vi Fu Chi maledì la stroncatura? Che la recensione deve informare, non mettere in scena il recensore? Che… »

Bene, cerchiamo di chiarire alcuni punti tra quelli elencati nelle recriminazioni dell'inevitabile avvocato del diavolo.

* Il motivo dell'operazione

LN nuova serie, giunto al numero 30, esiste dall'autunno del 1997. In precedenza aveva prodotto 37 numeri a cadenza trimestrale. Una mole rispettabile di lavoro. Su internet abbiamo preferito inserire materiali tratti dai numeri arretrati organizzandoli in maniera diversa rispetto alla struttura – per contenitori e rubriche – della rivista.

Ma rileggendo i materiali finora pubblicati e (ri)pubblicati ci siamo accorti che l'immagine della rivista on line risultava sfocata, meno definita e precisa di quella familiare a noi e ai nostri lettori.

Uno degli elementi mancanti, abbiamo deciso, era l'elemento polemico di LN, la sua vis umoristicamente esasperata, l'intolleranza per tromboni, trombonismi e trombonauti. Da qui l'operazione di inserire in rete una scelta di contro-recensioni. Definirla un'operazione è persino eccessivo: si è trattato di una manovra quotidiana, come salare l'acqua della pasta o aggiungere una spruzzata di pepe all'arrosto.

* Recensioni, non stroncature

Leggendo i materiali che abbiamo raccolto vi accorgerete che non amiamo indulgere alla stroncatura. I pareri, le osservazioni, le considerazioni pubblicate nascono dalla lettura (integrale) dei libri recensiti. E sono, a tutti gli effetti, recensioni. Il parere negativo – raramente del tutto negativo – è motivato e giustificato. Anche necessariamente personale, com'è ovvio. Parziale, partigiano e talvolta – probabilmente – ingiusto o insufficiente. Ma qui non si ride del lavoro di nessuno, meno che mai di eventuali difetti o debolezze. Semmai si cerca di capire se impegno, lavoro e fatica vi sono stati e in che misura.

L'Italia è notoriamente il paese dei furbi. Furbizia tanto celebrata quanto poco praticata, tanto da condurci a al secondo governo Previti-Berlusconi, detto per inciso.

A risvegliare la nostra intolleranza è la percezione del bidone di lusso, ovvero della scatola vuota ma elegantemente incartata, dell'opera creata per inseguire un inafferabile gusto medio, del birignao al popolo bue, dell'operina che compiace e si compiace.

Il fatto che gran parte degli autori presenti in questo spazio siano italiani è comunque una conseguenza della maggiore attenzione posta dagli editori italiani nel selezionare autori stranieri piuttosto che talenti nostrani.

* Chi è il recensore?

Le recensioni sono state scritte da diversi redattori della rivista. All'interno della propria rubrica o dei contenitori della rivista – Golem, Aria, Interzona, Magazzino dei mondi. Qualche autore è stato (per)seguito in diversi titoli della sua produzione, qualcuno è stato perso di vista, di altri i pareri sono stati, com'è giusto, diversi in base all'opera recensita. In questo caso, (s)correttamente, qui sono stati presentate soltanto le recensioni negative.

La scelta dei titoli recensiti si è basata sui consueti criteri di esposizione / sovraesposizione / sottoesposizione che regola l'attività della rivista.

In LN ogni redattore ha le responsabilità di scegliere i titoli da recensire basandosi su criteri come: «Di questo titolo se ne è parlato (letto e scritto) troppo poco: merita parlarne»; «di questo titolo se ne è parlato davvero troppo: meriterà leggerlo?»; «questo titolo è di un autore che apprezzo e stimo: speriamo sia buono come il (i) precedente/i».

Tali scelte sono poi discusse e vagliate nelle riunioni di redazione, ma non esistono «consigli» né divieti. Il rovescio della medaglia è, ovviamente, che ogni recensore è pienamente responsabile di ciò che scrive.

* Il tono di queste recensioni

I toni sono molto vari: esasperato, stralunato, carico di humour (nero), scandalizzato, insofferente, risentito, astioso, livoroso, francamente polemico, beffardo, sfrontato, ostinato, ma anche riflessivo, indulgente, paziente e tollerante, in rapporto alla delusione patita e/o alla sofferenza autoinflitta per terminare il libro.

In qualche (rarissimo) caso si è giunti all'invettiva e all'invito esplicito a non acquistare il libro. Talvolta il registro scelto è stato moderatamente ironico, in qualche altro decisamente sarcastico. In generale si è tentato di evitare la recensione recidiva, a meno di soggetti segnalati come pericolosi.

Possiamo vantarci di aver sempre e comunque evitato la recensione volutamente codificata, scritta in modo da essere compresa unicamente dal destinatario e da pochi amici e collaboratori. Questo non ci renderà più simpatici agli autori recensiti ma – forse – ai lettori.

Non speriamo che chi è stato recensito in questo spazio sia longanime nei confronti del nostro lavoro. Pochi individui sanno essere vendicativi e risentiti come gli autori, anche a distanza di molti anni. Lo stesso vale per coloro che hanno amato e apprezzato qualcuno dei titoli qui sconsigliati. Ci auguriamo sinceramente che non prendano le nostre parole per insulti alla loro intelligenza e al loro buon gusto. Ci illudiamo, viceversa, di fornire loro ulteriori elementi di riflessione e qualche spunto per discutere.

Siamo comunque colpevoli: non abbiamo difficoltà ad ammetterlo. Possiamo invocare come unica attenuante l'onestà e la mancanza di fini occulti, obblighi e necessità.

Come hanno capito tutti LN non ha parenti importanti né protettori né amici che contano. Quindi non ha debiti intellettuali. Soltanto economici...

(la redazione di LN - LibriNuovi)

Susanna Tamaro...

Dopo Va' dove ti porta il cuore, l'attesa era comprensibilmente viva.

Tamaro ha fatto pretattica attaccando i comunisti, sparando sulla critica, e dichiarandosi sicura che il suo libro sarebbe stato senz'altro stroncato (cosa che, con l'eccezione dell'incorreggibile Lorenzo Mondo, è effettivamente accaduta) e poco capito.

Anima Mundi (Baldini & Castoldi) è un romanzo con delle pretese, questo è chiaro fin dall'incipit. Tamaro mette addirittura in scena una genesi laica (con alcune confusioni fisico/biologiche, ma non cavilliamo) per arrivare entro una pagina e mezzo a Walter. Dovrebbe bastarvi questo per farvi un'idea : dal Big Bang a...Walter.

Walter, dovete sapere, è un giovane sensibile con un padre comunista, ubriacone, violento e insensibile e una madre succube e malaticcia. Un bel giorno non ne può più e parte per l'avventura. Fa il giostraio, diventa alcolista, conosce Andrea - una specie di Stavrogin nella palla con la neve che cade - diventa romanziere di scarso successo, tenta di emergere nell'ambiettaccio (infestato da intellettuali sinistrorsi) della capitale, si riduce a scrivere sceneggiature pornografiche, ha un'avventura con la consueta bella signora infedele e perfida, si rifugia nell'eremo dove Andrea si era ucciso e si illumina misticamente scoprendo cos'è l'amore e leggendo San Francesco.

Tutto ciò vorrebbe essere un Bildungsroman, evidentemente, un testo dalle pretese pedagogiche, maieutiche e rigeneranti, un faro nell'oscurità dei nostri tempi aridi e materiali. Mi sembra un'intenzione degna. La domanda successiva è: ci riesce?

No, secondo me non ci riesce. Per alcuni ottimi motivi: T. non è una pensatrice originale: è una che - come tanti - rimastica qualche nozione di mistica cristiana aggiornata con una spolverata di pensiero Taoista in interfaccia con le laudi. Questo bagaglio, confuso e maldigerito, le permette di allineare sulla pagina luoghi comuni a raffica ma non certo di scuotere, contagiare o far riflettere il lettore appena appena avvertito (e probabilmente - almeno in questo caso - annoia a morte il lettore ingenuo).

In quanto a Walter, a parte i troppo evidenti riferimenti autobiografici nella vita romana, trattasi di un personaggio obbligato (ma questo non è strano, pensando alla madre di "Va' dove ti porta il cuore"), un predestinato a non essere capito dalla famiglia, a essere bidonato dai furbacchioni, ingannato dagli amici, tradito dalle donne (poche, anzi una: nel romanzo aleggia una terrificante sessuofobia), il tutto per permettere a T. di filosofare sulle anime sensibili che si fanno una corazza per non soffrire (nuovo, eh? Sentito per la prima volta ad anni 11 compiuti).

Tamaro, poi, ha una passione insana per le metafore. Ne allinea un numero impressionante e - misericordia! - tutte drammatiche, dolorose e cariche di sinistri presagi. Ci sono metafore che sfidano la durata dell'intera pagina ( come un cameriere... come un cane... come una mosca...), metafore che si ripetono, metafore all'inizio dei capitoli e alla fine, metafore luttuose e metafore schifosette, metafore maleodoranti e metafore corporee o imbarazzanti, un vero circo di metafore che assedia il lettore urlandogli Leggi! Leggi, Vai avanti a leggere!

Non parliamo poi del gusto malsano per gli odoracci, le emissioni corporeee, la sporcizia, l'urina e il vomito. In questo Tamaro mostra una vera fissazione freudiana o forse i prodromi di una sindrome psichica (ma non di quelle che vengono ai geni).

Con questo Anima Mundi Tamaro ha rilanciato cercando di fare come gli scrittori e, ovviamente, le è andata buca. Eppure il tamaro-pensiero ha in sè qualcosa di affascinante e familiare. Il suo essere scrittrice elementare, non-dialettica, non speculativa (Walter è BUONO e SENSIBILE, quasi tutti gli altri che incontra sono CATTIVI, Andrea è un BUONO che ha sofferto e si è istruito troppo ed è quindi diventato CATTIVO, papà di Walter è INSENSIBILE ecc. ecc.) rende le sue pagine lisce e tranquillizzanti, anestetizza il lettore che sprofonda felicemente nei suoi quindici anni, nei brividi e nelle rabbie del suo sè adolescente. Adolescente, tuttavia, non bambino. I bambini hanno in sé l'orgoglio e l'allegria dell'immortalità e sono capaci di sintesi fulminanti, rovesciamenti di senso e di segno del nostro mondo adulto che un adolescente - facile al lugubre e all'autocompatimento - non è più in grado di provare.

Ed è probabilmente questo il segno del successo della Tamaro: il timore diffuso dell'età adulta, quella nella quale finiremo finalmente di fare "i ragazzi di trentanove anni" e dovremo prenderci le nostre responsabilità. La Tamaro è un'autrice davvero unica, da questo punto di vista, quella che rende meglio di chiunque altro lo spirito - Zeitgeist - della nostra epoca.

Non è molto originale parlare male della Tamaro di questi tempi, me ne rendo conto, e comunque sono tanti, tantissimi gli invidiosi dell''apparentemente incomprensibile successo della nostra spiumacchiotta (vero che assomiglia molto a Woodstock?). Ma è proprio il suo successo a meritare attenzione. Come Carolina Invernizio, Tamaro è una scrittrice popolare, ha una scrittura comunicativa, presenta sentimenti estremi, disgrazia e fortuna, tradimenti, incomprensione, dolore, sofferenza, morte, abiezione e riscatto, desideri e delusioni. Nelle sue pagine non c'è investigazione, ricerca della realtà, ma un universo rudimentale, ritratto a forti tinte, interamente letterario. Ma Tamaro scrive di ciò che deve stare in un libro perché fa profondamente parte della nostra vita: emozioni, amore e morte. In fondo Carolina Invernizio aveva riferimenti illustri (Balzac, Dostoevskij, Hugo) e tentava (con poveri mezzi) di replicarne i temi essenziali (ma l'avete letto, voi, "La sepolta viva"?). É esattamente questo ciò che i nostri critici da salotto e i nostri estenuati narratori non possono perdonarle. Tamaro scrivendo rompe la congiura del silenzio. Scrive male, scrive banalità, è melodrammatica, eccessiva, candidamente bugiarda, rozza, insopportabile, settaria, malaccorta, iraconda e un po' meschina (la madre di "Va' dove ti porta il cuore" non gliela perdonerò mai), ma comunque racconta, che piaccia o no.

(Giulio Artusi da LN 1)

Rispondimi di Susanna Tamaro, è formato da tre racconti.

Nel primo, che dà il titolo alla raccolta, l'Io narrante in prima persona è la figlia di una prostituta morta «schiacciata sul raccordo anulare», cresciuta da due parenti anziani, ottusi e insensibili che la considerano con sospetto e ostilità. Ovviamente la fanciulla a un certo punto si ribella. Reproba e fuggiasca viene accolta da una splendida famiglia residente in città. Piccolo neo, il pater familias – libertino, sessualmente pericoloso e anche po' drogato (ma per vizio) – che concupisce la poveretta e non dopo una lunga relazione ma con una botta sola la mette incinta. Siccome è arido e sbrigativo vuole farla abortire ma Ella resiste. Nonostante sia una peccatrice, violenta, inconsulta, bugiarda vuole riscattarsi e comprendere perché il mondo è tanto crudele ed è così facile fare del male. Rispondimi.

Nel secondo il medesimo archetipo di maschio insensibile, violento e ateo disprezza il figlio sensibile e vicino a Dio fino a giungere a ucciderlo, nel terzo una moglie dolce e fedele viene accidentalmente uccisa da un'ulteriore varietà di maschio violento e intemperante.

Non so voi ma a me sono venute in mente le vite dei martiri.

Dopo mi sono venuti in mente certi fumettacci che giravano quand'ero ragazzo, dove tenere (e avvenenti) fanciulle venivano stuprate da maschi cattivi e pelosi.

Effettivamente i componenti sono gli stessi. Il gusto torbido per il martirio, la fissazione – qui davvero malsana – per il sesso, l'assoluta prevedibilità, la morale meschina e la povertà di riferimenti. Un universo chiuso in un barattolo e popolato di idioti, dove il Tamaro-pensiero giganteggia e diviene demiurgo di un Dio pedante ed elementare. Pagine irte di autocommiserazione e di abbandoni da novizia narcisista. Il cattolicesimo di una dilettante alla corrucciata ricerca di un qualche assoluto al quale dedicare il proprio tempo libero.

Ma il fanatismo religioso di Tamaro, il suo risolvere ogni umano conflitto nella forma più elementare conducono il suo testo oltre il punto di non-ritorno, abbandonando il terreno della narrativa – sia pure pessima – per approdare a quello della propaganda. Il risultato sono testi rozzi e volgari, un mondo spoglio e monodimensionale nel quale si muovono concetti elementari malamente travestiti da personaggi. Cattivi volantini, moralismi da Torre di Guardia.

Difficile credere che simile immondizia trovi ancora lettori.

Già, ma forse… pensando chi ha vinto le elezioni…

Ultimo pensiero cattivo (anche ateo): ma con che coraggio una sciagurata ha affermato che Tamaro l'ha copiata? Ma ci sarebbe da nascondersi, negare: «Io? Assomiglia al mio? Ma no, non è vero, ma per carità». Eppure per soldi, guarda che cosa si fa…

(Giulio Artusi da LN 18)

Aldo Nove...

Accolto dalla consueta fanfara dei miracolati a comando è arrivato in libreria, edito nella famosa collana Stile Libero di Einaudi, il secondo libro di Aldo Nove, dal titolo Puerto Plata Market.

Proprio nelle pagine di questa rubrica, nel 1996, mi dissi felicemente stupito dal suo primo libro, Woobinda, una folle e scombinata galleria di ritratti umani visti minacciosamente da vicino. Pensai (e evidentemente mi illusi) di aver incontrato un autore in grado di affrontare la sfida con la stupidità seriale, con la confusione aggressiva di una classe sociale inesistente, chiusa com'è nel breve spazio compreso tra centro commerciale e la TV, perennemente in attesa di un evento qualunque che ne spieghi l'esistenza.

In questo Puerto Plata Market, Nove sembra aver sciolto ogni raffinata ambiguità: il suo personaggio è semplicemente un povero cretino, afflitto da due passioni incontenibili, la pornografia hard e la Juventus, vittima di lunghe stasi della coscienza durante le quali rievoca pubblicità televisive anni '70 e che parla come un intellettuale suppone debba parlare un cretino. Giustificato dalla povertà culturale del suo personaggio Nove può così divertirsi a infilare anacoluti decisamente troppo contorti, anche per un barbaro televisivo. Nascosto dietro il personaggio può andare di mestiere, rimestando nei fondi della pentola, inzeppando studiate ripetizioni, concordanze accortamente fallite, lunghissime (interminabili) digressioni, pensierini flebili e larvali, pulsioni e desideri tanto elementari che persino un babbuino se ne sentirebbe offeso. Ciò che ne viene fuori è un libercolo noioso e ripetitivo, supponente e affrettato, per una buona metà basato su piccoli ricordi (pagine e pagine di puntuali descrizioni di vecchie pubblicità, angosce adolescenziali sbrigate a colpi di un lessico troppo mimetico per essere genuino, telecronache di partite semidimenticate) e per l'altra metà menandola (scusate, ma Nove è contagioso) con la fatale solitudine dei maschietti, guarda caso, alle prese con donne nevrotiche o confuse che non la mollano e se la mollano sarebbe meglio non l'avessero fatto .

Apparentemente ci sono gli stessi ingredienti di Woobinda, ma malamente ricucinati, esibiti piuttosto che offerti, come se l'intenzione dell'autore fosse quella di strappare un «Ooohhh» di meraviglia piuttosto che un'emozione. Si presenta Puerto Plata come « ... un continuo esilarante borborigma... », « una polifonia struggente e nevrotica... » ma, terminata la lettura, ci sarebbe da eliminare l'aggettivo 'esilarante' nella prima frase, mentre dalla seconda si dovrebbe omettere 'struggente e'. Nel romanzo non arrivano a comparire veri personaggi, agiti dalla realtà o divenuti interlocutori obbligati di oggetti e trasmissioni. C'è solo, accampato in mezzo alle pagine, uno sgradevole narciso adolescente, nel contempo misogino e sentimentale, che trascina per 193 pagine la sua stucchevole confusione in fatto di donne.

Curioso come nessuno abbia dedicato finora una qualche riflessione al maschilismo lagnoso e aggressivo di tante pagine dei giovani autori Pulp. Non sono così letti come si dice? Non è più di moda parlare di maschilismo? Bisogna considerarlo una semplice ironica citazione? Ma se l'ironia è l'unica chiave per decodificare un messaggio di per sé affatto ambiguo, cos'è più reale, la chiave posticcia o il messaggio in sè? L'ironia sempre più spesso gioca la semplice funzione di un grimaldello culturale, grazie al quale affermare senza affermare e, in più, esercitare aggressivamente la scelta di decidere a posteriori cosa si è detto seriamente e cosa no. Non è un caso che l'ironia sia ormai la parola d'ordine degli spettacoli più corrivi e idioti. Di fronte a qualsiasi critica scatta subito il riflesso: ma come non hai capito? Era ironico! Permettetemi quindi di rifiutare a priori di giocare a un gioco truccato. Prendere tutto seriamente, anche a rischio di passare per noiosi, è diventata la vera necessità dei nostri tempi. Ci tengo a chiarire che non sto processando il testo, sto solo considerando l'estrema povertà di personaggi e vicende, costretti ad ancorarsi saldamente a cliché troppo ovvi per essere digeribili. Un po' come l'ultima commedia all'italiana con Christian De Sica, Massimo Boldi eccetera.

(Giulio Artusi da LN 5)

Alessandro Baricco...

City di Alessandro Baricco (Rizzoli), si impone già dal risvolto di controcopertina, con ogni evidenza scritto dallo stesso autore, dove ci vengono illustrate le intenzioni di chi scrive, veniamo ammaestrati sul suo percorso estetico-letterario e infine informati sulle difficoltà incontrate nella stesura del testo.

Ed è veramente curiosa l'autoreferenzialità di queste poche righe, stese con uno stile ormai depositato (che è anche quello degli articoli sui quotidiani), fatto di esitazioni che vogliono suggerire simpatico imbarazzo, strizzatine d'occhio, appelli alla complicità di chi legge e divertita disinvoltura nel ribadire il proprio status autoriale.

Con una simile autopresentazione è ovvio ciò che ci attende: un logorante e faticoso viaggio nello stile e nell'ispirazione baricconeschi.

Logorante e faticoso perché, se si è immuni al fascino dei tecnicismi stilistici di Baricco, è difficile non piombare addormentati, tanto poco interessanti appaiono le vicende del precoce genio adolescente Gould (cognome piuttosto ovvio), della sua tata Shatzi Shell e dei suoi amici virtuali, Poomerang e Diesel. Ma inutile lamentarsene, come tutti dovrebbero aver capito l'autore è molto sensibile al tema del genio solitario e incompreso, con per compagni creature di fantasie.

Ingranata nella vicenda di Gould (che non si chiama Glenn e non fa il pianista) c'è quella del boxeur Larry «Lawyer» Gorman e quella delle sorelle Dolphin, zitelle nel West e formidabili tiratrici.

Di quest'ultima, a parte taluni risvolti sorprendenti ma non esattamente originali, ben poco resta al lettore. Il West di Baricco, grondante letterarietà e citazioni filmiche, è faticoso e prevedibile e l'interesse del lettore non abbandona mai lo stadio larvale. Diverso il discorso per l'epica sportiva incarnata da Larry Gorman e da Mondini, il suo allenatore. Qui il desiderio di leggere una storia, almeno una, trova finalmente sfogo. Unico ostacolo resta la vena sentenziosa dell'autore, che non può evitare di tallonare il lettore con le sue osservazioni a effetto, che finalmente spiegano la vita e la realtà a chi finora non aveva ancora avuto il bene di incontrarLo. Leggendo si avverte così la frequente esigenza di agitare la mano, come per scacciare un grosso moscone risoluto a guastare il piacere della lettura.

Probabilmente l'ostinata esibizione di una saggezza oracolare costituisce una delle ragioni che spiegano l'amore per Baricco di tanti lettori. Non fa parte dei miei compiti di recensore chiosarne i filosofemi, ma resta il fatto che, una volta spogliati della loro indiscutibile grazia stilistica, si rivelano sofismi, nei quali vengono maneggiate categorie ultime e definitive al solo scopo di affermare profondissime banalità.

«L'onestà intellettuale è un ossimoro (…) o comunque un compito altamente proibitivo e forse disumano, tanto che nessuno, in pratica, si sogna nemmeno di assolverlo, accontentandosi, nei casi più ammirevoli, di fare le cose con un certo stile…»

Probabilmente una delle affermazioni più sincere (e indicative) di tutto il libro.

Cosa resta in definitiva di City?

Resta il formidabile talento combinatorio di Baricco, il suo «orecchio» per il ritmo di (irreali) dialoghi e riflessioni. In City si comincia però ad avvertire stanchezza e ripetitività. Si avvertono nell'uso fin troppo sapiente della punteggiatura e del meccanismo (elementare) del rimando a capo, nell'eccesso di forme colloquiali, nell'abuso di confidenza verso personaggi e lettori, nel profluvio di anacoluti, nella paratassi insistente e soffocante. Uno stridore di meccanismi che non era mai stato tanto evidente.

In ogni caso orecchiabilità e capacità di rielaborare – o forse saccheggiare – le più diverse forme espressive, letterarie o no, in questo caso si rivelano del tutto sproporzionate alla storia narrata. City è una carcassa disseccata, l'ombra o il residuo di un romanzo, ciò che rimane della letteratura una volta evaporata la necessità di narrare.

Uno spettacolo non bello per le anime sensibili.

(Giulio Artusi da LN 11)

Carlo Lucarelli

L'isola dell'angelo caduto, Einaudi editore.

Un libro goffo e pretenzioso. Pretenzioso perché scritto con la supponenza di chi pensa che il pubblico sarà disposto a perdonargli tutto, anche le più assurde capriole logico/storiche, nel nome del credito maturato con i libri precedenti. Goffo perchè nato da impulsi contrastanti e da intenzioni divergenti, che non riesce ad essere né un buon giallo né, tantomeno, un credibile romanzo fantastico.

La vicenda: un commissario di polizia poco affidabile è inviato dal neonato governo fascista a comandare il presidio di polizia di un'isola dove si trovano alcuni confinati (siamo nel 1925...) e un robusto drappello di camice nere. Poco dopo il suo arrivo il commissario si trova alle prese con un delitto mascherato da incidente, seguito da altri. Le sue indagini, condotte con l'aiuto di un anatomopatologo confinato nell'isola (gli anatomopatologi sono una categoria professionale di gran moda), lo porteranno fatalmente a scontrarsi con i fascisti, anche se tutti saranno infine vinti dal destino e dall'isola, maledetta e satanica.

Fin qui il testo, quantomeno deludente. Ma Lucarelli non si accontenta di aver messo in commercio una caricatura dei suoi romanzi precedenti. Candidamente (e con sublime faccia di bronzo) si premura di informarci che effettivamente nel 1925 non c'erano confinati nè era stata composta la canzone Ludovico, ma che, insomma, avrebbero anche potuto esserci. Poscritto che, in quanto a involontaria comicità, sta solo alla pari con l'idea di un'isola contemporaneamente flagellata dal vento e coperta di nebbia.

La cosa curiosa, tuttavia, non è tanto che Lucarelli l'abbia scritto, ma che nessuno all'Einaudi se ne sia preoccupato, anzi, che si sia udito presentare le debolezze del libro come veri e propri colpi di genio.

Spero di cuore che ciò testimoni semplicemente la condiscendenza dell'editore nei confronti dell'autore di buona vendibilità e non, piuttosto, una fatale e irrimediabile perdita di senso critico.

(Giulio Artusi LN 12)

Enrico Brizzi...

Erano in tanti ad aspettare al varco Enrico Brizzi, l'enfant prodige di Jack Frusciante. In molti si aspettavano la caduta. meglio se rovinosa, al secondo romanzo. E Brizzi, bravamente, non ha deluso nessuno, anzi ha voluto sorpassare ogni più maligna aspettativa. Questo Bastogne (Baldini & Castoldi) è uno dei romanzi più brutti che mi siano passati per le mani, fondato com'è sul plagio (quasi patetico nella sua evidenza), sulla concitazione più demente, sulla maldicenza, l'insofferenza e su una quantità innumerevole di luoghi comuni più o meno attuali, tanto che in confronto la Tàmaro (o Tamàro) ci fa la figura del Cioran o dell'Elémire Zolla.

Dicevo del plagio. Nessuno può accusare Brizzi di aver nascosto le sua fonte di ispirazione: in copertina è infatti ritratto Zanardi, immortale personaggio di Andrea Pazienza sul quale è molto evidentemente ricalcato il Cousin Jerry brizzesco. Il fatto che il lucido, crudele, inquietante grottesco di Pazienza non sia minimamente alla sua portata non turba affatto Brizzi, che, tanto per calcare la mano, apre il romanzo con un massacro in un ristorante cinese (ma crede mica di averlo visto solo lui Strange Days?) subito seguito da uno stupro con omicidio ai danni di una "stronzetta piuttosto odiosa".

E vorrebbe che il lettore si immedesimasse almeno un pochino negli assassini, in modo tale da suscitare orrore e turbamento. Ma essendo il suo cattivissimo di seconda mano prevedibile come un pendolo, l'unico esito possibile è di schifare il lettore senza scopo. Ma è diventata una pratica abbastanza comune sbattere la situazione limite in prima o in seconda pagina, nella convinzione di aver fatto ciò che i lettori (evidentemente immaginati come anime pure, ingenue e tremebonde) MAI si sarebbero aspettati. Ah, dimenticavo, dovete sapere che l'aggettivo prediletto di Brizzi è "sghembo". Non avendo il romanzo in versione elettronica non ho potuto fare la prova della ricorrenza, ma ricordo di averlo letto almeno tre volte nella stessa pagina. Ma forse nessuno gli ha riletto il manoscritto, con i geni da 100.000 copie in su non si fa.

Veniamo adesso all'ideologia (oddìo, ideologia...) che prepotente emerge dalle pagine animose del B. Per i suoi personaggi (il protagonista è un idiota che non è capace di terminare un pensiero senza l'ausilio di Cousin Jerry e in quanto agli altri faticano a capire persino cosa gli succede) le donne sono cretine, obviously, ma attenzione, non si tratta della solita fraudolente scatola cinese per la quale l'autore attribuisce sentimenti deteriori ai propri personaggi per denunciarli, eccetera eccetera, no, nelle pagine del B. c'è una misoginia toccante, quasi commovente nella sua ovvia brutalità, fondata - come succede sempre - sulla paura e su una bella dose di superficialità. Dovete infatti sapere che le fanciulle stuprate e uccise sono due e, come scongiuro prima della sistemazione definitiva della seconda il prot (protagonista è veramente troppo) si lancia in una veemente filippica contro le fighette.

Ridi bocchinara, ridi, ridi, ridi, che nemmeno immagini quello che ti sta per succedere. Ridi adesso ché dopo ci sarà spazio soltanto per la paura e il dolore. E le umiliazioni, quelle vere, quelle che non hai subìto neanche dal tuo ex-fidanzato violento, lo stronzo dal quale hai sopportato le peggio cose...

Devo continuare? Sappiate comunque che B. va avanti così per quattro pagine piene (173-177), continuando ad appellare ad ogni capoverso la poveretta con un termine talmente caparbiamente maschilista da far sorridere di pena. E il bello è che queste quattro pagine sono tra le più intense e convinte del romanzo, quelle che il lettore si ingoia di corsa lasciando raffreddare il caffè. E vorrebbe farci credere, il B., che il suo non è altro che un grottesco rovesciamento, una burla, uno scherzetto, questo mentre passa in esame e legalizza tutti i peggiori luoghi comuni di una virilità acrimoniosa e contorta, rimessi trionfalmente in circolo dopo anni di clandestinità, santificati dall'astinenza sessuale forzata (la fighette in questione non la mollano a tutti, si sa) e nobilitati dalla concezione di sé come intellettuale intollerante e unzaccoalternativo. E c'è di peggio: B. cerca di tirarci per la giacca nel suo delirio onanista leggendo la vita della vittima come un ininterrotto, fraudolento tentativo di apparire. I suoi personaggi si autoassolvono in anticipo da qualunque peccato chiamando in correo un paio di generazioni di intellettuali orientati a sinistra che deprecano e deprecavano gli usi e costumi borghesi dall'alto delle loro pantofole. E a me - abbiate pazienza - questa strizzatina d'occhio mi ha fatto andare letteralmente su tutte le furie. Sono riuscito ad arrivare alla fine di questa brodaglia giusto perché non ci potevo credere, mi sembrava impossibile che un editore come Baldini & Castoldi, che pretende(va) la patente di alternativo, stampasse simile cartaccia. E invece sì.

Tanto per rincarare la dose posso aggiungere che B. fa uso costante di nomi di gruppi musicali che il lettore non è tenuto a conoscere, che tutta la filosofia post-nietzschiana cucita addosso ai suoi personaggi è semplice fumo negli occhi, nel senso che nel testo non ci sono storie o fatti che possano rendere credibile tanta violenza, anzi, ci sono i pensierini di Ermanno, animuccia bella che tra uno spaccio e uno stupro pensa a se stesso bimbo smarrito e trascurato, con l'effetto comicamente paradossale di coniugare patetismi e pietismi da lettera al direttore con efferatezze da cena tra medici legali. Ci sono qua e là momenti tollerabili, sia chiaro, ma sembrano illeciti trapianti di Jack Frusciante in un romanzo completamente diverso.

Dulcis in fundo, B. si serve del suo capolavoro per saldare alcuni conti in ambiente bolognese: il tocco finale per rendere davvero mefitico il tutto.

(Giulio Artusi da LN 1)

Marco Bosonetto...

Comincio con un libro del quale ho letto mirabilia, scritto da un autore giovane e piemontese. Parlo di Il sottolineatore solitario di Marco Bosonetto, editore Einaudi. Premetto che di Bosonetto avevo già letto un bel racconto pubblicato nel '94 in un'antologia dell'editore Scriptorium. Il racconto era intitolato Jazz'n Jerico ed era breve, divertente, stralunato e rapido come un boogie-woogie. Anche Il sottolineatore parte veloce, davvero pirotecnico (le prime venti - trenta pagine sono da antologia) ma procedendo si incarta. Si incarta? Sì, nel senso che parte con una storia principale, che dopo un po' ne figlia un'altra, che a sua volta ne produce un'altra, che ne provoca un'altra, che ne suscita un'altra, che ne... insomma avete capito, credo. Sulla copertina c'è scritto romanzo, ma non è vero: si tratta di una serie di vicende, alcune davvero gustose, cucite insieme fino al traguardo delle 160 pagine scarse. Non conviene affezionarsi ai personaggi, in sostanza, perché la loro sopravvivenza è breve e disagiata. C'è molto ritmo e un'invenzione linguistica spesso buona (ma qualche volta forzata o cervellotica) ma manca l'impianto, l'architettura del romanzo. Guidando sui viadotti dell'autostrada, quando si passa sui giunti le ruote fanno: TUtum... TUtum... TUtum... più o meno la stesso rumore che produce il romanzo di Bosonetto quando si transita da Mario Crono a Palavina Moitiè (TUtum) a Fardezio Mud (TUtum) a Souni e ai segugi Vairos (TUtum) e via di seguito.

Poi c'è il problema della presenza dell'autore.

Mi spiego: Benni o Pennac sono autori invadenti, si sente sempre o quasi il loro sguardo sui personaggi, a cominciare dai nomi, in genere autocaricaturali. La cosa può piacere o non piacere, ma in tutti i casi per andare bene come loro sono necessarie due prerogative complementari: una costante presenza sulla scena, ma anche una leggerezza e una rapidità da clown-prestigiatore, in modo da non lasciare il tempo al lettore di pensare: «ma questo quando se ne va?» Forse il problema principale è che Bosonetto non è (ancora) capace di scomparire al momento giusto, e che tutte le uscite anticipate o ritardate rimangono nella memoria del lettore e alla fine pesano.

Nelle ultime pagine anche l'invenzione linguistica comincia a scemare e il testo diventa, più che rapido, affannato, quasi che qualcuno (l'autore? la sua ragazza? l'editore?) cominciasse a stufarsi di una storia avvitata e inconcludente. Per solidarietà e per non esser da meno mi sono stufato anch'io e ho chiuso il romanzo di umore peggiore di quando l'ho iniziato.

Comunque resto convinto (ricordo Jazz'n Jerico) che Marco Bosonetto abbia tutta la stoffa necessaria per fare di meglio, magari se riesce solo a prendersela senza fretta e senza affanni.

(Piero Baroncini LN 6)

…Un caso difficile, ovvero un romanzo che mi ha creato parecchi grattacapi e qualche attacco di bile. Parlo di Nonno Rosenstein nega tutto di Marco Bosonetto, Baldini & Castoldi editori.

Di Bosonetto era comparsa su LN 6 la recensione de Il sottolineatore solitario, edito da Einaudi. Al momento mi trovavo in anno sabbatico e quindi la fece Baroncini. Successivamente lessi anch'io il libro, non per sfiducia ma per curiosità, e cosa ne pensai non merita scriverlo qui. Fatto sta che all'arrivo in libreria di Nonno Rosenstein me ne sono impadronito e l'ho letto da capo a fondo, uscendone stranito e con la luna per traverso. Se fossi il mio gatto avrei un orecchio su e l'altro giù e lo sguardo torbido e la cosa sarebbe finita lì, ma non essendo un gatto non posso cavarmela con così poco.

Da non-gatto sono costretto a dire che Bosonetto ha preso con questo romanzo ciò che si potrebbe definire una micidiale cantonata. A mio personalissimo parere, sia chiaro.

Proviamo a raccontare la storia.

Bosonetto innanzitutto riesuma il personaggio del bibliotecario Biula e gli affibbia una discendenza ebraica della quale non mi pare vi fosse accenno nel primo romanzo.

Nonno Rosenstein, sopravvissuto ai campi, è un ottimo clarinettista di musica Klezmer, viene dalla Polonia, alza volentieri il gomito e ha perso tutti gli amici durante la Shoa. Tuttavia scrive pagine nelle quali nega che l'olocausto sia realmente avvenuto, racconta di un colossale complotto di una sorta di Internazionale sionista volto ad accusare i Nazisti di delitti in realtà mai compiuti per indurre il resto del mondo a riconoscere finalmente i diritti del popolo Eletto.

Perché lo fa? Lo scoprirete solo leggendo.

Viene avvicinato da un patetico gruppo di negazionisti formato da un prete antisemita, un nobile che sopravvive di piccole truffe e di altri soggetti altrettanto antropologicamente pietosi e indotto a partecipare ad un raduno internazionale di negazionisti. Immancabile colpo di scena e confessione di Nonno Rosenstein che si legge insieme col magone e una solenne incavolatura che man mano prende dimensioni epiche.

Ho parlato di cantonata postulando la buona fede del Bosonetto e a questa interpretazione mi atterrò. Dal punto di vista narrativo il romanzo sceglie un registro volutamente comico-demenziale (termine deprecabile ma che mi sembra l'unico adeguato a descrivere le macchinose e interminabili metafore di B.), tranne poi fermarsi ogni tanto di scatto a evocare tradizioni e ricordi del felice mondo Yiddish che-or-non-è-più. Il romanzo acquista un po' di slancio in prossimità dell'annunciata conferenza di Nonno Rosenstein, per poi perdersi prima con una balorda parentesi in una comunità di un Santone furbacchione New-Age e giungere finalmente alla penosa confessione finale. Penosa perché B., dopo aver tentato di giocare sul tema dell'Olocausto per ridere dei suoi negatori, non può che ritornare mortalmente serio e adottare un tono liricheggiante che, abbiate pazienza, a quel punto del libro evoca l'immagine del funerale di un bambino celebrato in discoteca.

Il problema maggiore del romanzo, comunque, non è nello stile tanto studiato da essere asfissiante o nei personaggi praticamente inesistenti, quanto nell'ispirazione e nello spunto. Credo che sia possibile scrivere e parlare di Shoa, anzi che sia doveroso farlo anche per coloro che non possono raccontarne da testimoni, ma da qui a imbastire una storia pateticamente buonista - una scemenza, ad essere franchi - per inseguire una «moda» del momento ce ne corre. E non poco.

L'ebreo «buono» e musicista raccontato da Bosonetto vale, inutile dirlo, quanto qualsiasi «ebreuccio» descritto in due millenni di antisemitismo cristiano e non. In entrambe i casi si tratta di stereotipi. E a morire nei campi non sono stati stereotipi di ebrei musicisti o di usurai giudei ma esseri umani, carichi dei propri difetti e delle proprie storie.

Forse dovrei dire che ciò che mi ha disturbato di più del romanzo di Bosonetto è la sua assoluta inutilità, la fatuità del voler scrivere, nonostante tutto, su un tema difficile e averlo fatto tanto male.

Mi aspetto comunque di leggere presto qualche recensione entusiasta sul «coraggio» dimostrato dall'autore per aver voluto giocare narrativamente sull'Olocausto. E sono anche pronto ad ammettere che l'età e l'indignazione mi abbiano potuto indurre a sbagliare il taglio della recensione. Ma l'imbarazzata tristezza che mi ha dato questo libro non la auguro a nessuno.

(Giulio Artusi da LN 16)

Facile profeta… Immancabilmente passato un breve lasso di tempo su L'Indice esce un articolo, anzi un'intera «tavola rotonda» interamente dedicata al libro di Bosonetto. Così nel numero successivo di LN seguono alcune precisazioni sulla recensione al testo:

Devo con molta franchezza esprimere alcune perplessità su questi anni nei quali la Shoà – non possiamo negarlo – è diventata un po' una moda […] Ho dei dubbi sull'operazione in sé e sulla moda sta diffondendosi nel nostro paese […] È un segno dei tempi, il desiderio epocale di cambiare pagina, di raccontare quegli eventi senza però tormentarsi troppo, farla finita con i documentari, voltare pagina e dimostrare che si può parlare di queste cose anche scherzandoci sopra (cfr. LN 16 - Speciale Etty Hillesum, pp. 21 sgg.).

scriveva di recente Alberto Cavaglion dell'Istituto Storico della Resistenza Piemontese, a proposito del film La vita è bella, di Benigni e Cerami.

Queste considerazioni mi sono tornate in mente leggendo giorni fa la tavola rotonda che L'Indice di gennaio 2001 ha dedicato al libro di Marco Bosonetto, Nonno Rosenstein nega tutto, che ho recensito sul numero 16 di LN - Librinuovi. Partecipavano alla tavola rotonda Lidia De Federicis, Andrea Bajani, autore sul medesimo numero di una recensione del romanzo decisamente favorevole, Marco Bosonetto e lo stesso Alberto Cavaglion. Nella tavola rotonda Bosonetto viene apparentato al primo Arbasino, a Singer, Hrabal, Pennac e Benni e lo si contrappone ai Benigni e Cerami, scagionandolo (e su questo concordo) da qualsiasi possibile accusa di aver sfruttato un tema di grande impatto emotivo.

«Pazienza» dirà il lettore «non è strano che esistano pareri diversi sullo stesso libro». Vero, gli interventi, di segno radicalmente opposto al mio, mi hanno fatto riflettere, spingendomi a domandarmi se la mia recensione fosse in qualche modo frutto di pre-giudizi. Non definire con sufficiente nettezza i termini della questione – da un parte i riferimenti allo sterminio, dall'altra lo spessore narrativo del libro – è stato, probabilmente, il principale limite della mia recensione e me ne scuso con i lettori della rubrica. D'altro canto mi pare – in ogni caso – che esaltare o deprecare un testo o un film sulla base dei riferimenti più o meno rispettosi all'Olocausto non sia un buon criterio per discutere di narrativa e narrazioni. Non è facile, trattandosi di un argomento delicato e difficile, in grado di suscitare reazioni aspre, equivoci, polemiche, rancori ed esaltazioni, ma è forse bene cominciare a farlo.

Vorrei, pertanto, offrire alcuni chiarimenti in proposito.

Devo confessare che, anche dopo una seconda lettura, il libro di Bosonetto ha continuato a sembrarmi povero e artificioso e molto meno divertente di quanto si pretenda. Fin qui potrebbe trattarsi semplicemente di diversa sensibilità, ma oltre a questo, come già scrivevo, nel libro di Bosonetto la verosimiglianza storica della Polonia dell'interguerra non è proprio rigorosissima. Basti, a tale proposito, leggere a pagina 120 di Konin, la città che vive altrove di Theo Richmond, Instar Libri:

«Gli ebrei polacchi non avevano già patito la discriminazione razziale, se non forse una vera e propria persecuzione, sotto un governo che era diventato sempre più fascista? E non c'erano teppisti polacchi che tagliavano le barbe agli ebrei o boicottavano i loro negozi fomentando l'odio razziale? Non si poteva certo dire che l'antisemitismo fosse una novità in Polonia.»

Gli shtetl di Bosonetto hanno, viceversa, una parentela più evidente con quello del film Scusi dov'è il west? di Mel Brooks e il contrapporre la serenità della comunità ebraica polacca anteguerra allo sterminio e alla persecuzione è un artificio narrativo sicuramente efficace, ma basato su una forzatura. D'altro canto non è un caso se in Maus, di Art Spiegelman, Einaudi, un piccolo capolavoro della letteratura dedicata allo sterminio, i nazisti sono rappresentati come gatti, gli ebrei come topi e i polacchi come maiali: «Sono quei nazisti a montare la gente», dice Janine, la governante polacca, «Quando è questione di ebrei, i polacchi non ha bisogno di essere montati», replica la signora Spiegelman.

La verosimiglianza storica non è essenziale in un romanzo, ma qui si tratta di una questione non secondaria, un elemento basilare del romanzo che, semplificando all'eccesso il panorama storico finisce per affrontare la Shoà – nonostante le buone intenzioni – in termini esclusivamente emotivi. «È sbagliato affrontare il tema del lager solo sulla base delle emozioni», scrive sempre Alberto Cavaglion (crf. LN 16 - Speciale Etty Hillesum) e, nonostante la simpatia per l'autore del romanzo direi che proprio di un caso come questo si tratta. L'impoverimento, la banalizzazione del quadro storico non sono forse uno degli elementi che imbalsamano la Shoà, svuotandola di significato?

Come ho già scritto sono convinto che sia perfettamente lecito scrivere e parlare dello sterminio, si sia o non si sia ebrei, si sia stati testimoni o meno. Credo che non possano né debbano esistere «custodi» della tradizione o esclusivisti dell'olocausto. Sono altresì certo della volontà dell'autore di non «sfruttare la moda che va diffondendosi», ma resto del parere che il libro, nonostante i pareri lusinghieri espressi da L'Indice, sia esteticamente debole e troppo basato su un'emotività elementare per offrire ai lettori nuovi punti di vista e ulteriori riflessioni.

(Giulio Artusi LN 17)

Isabella Santacroce...

Isabella Santacroce autrice di Destroy (Feltrinelli), arruolata a forza nella pattuglia dei cannibali, non è splatter, non è crudelmente compiaciuta, non racconta nemmeno delle storie, belle o brutte che siano. Isabella Santacroce descrive e basta, manipola una lingua fatta di nomi propri, marche, gruppi musicali, luoghi molto trendy, suggestioni cinematografiche, ombre di video musicali e di pubblicità. I suoi testi non vanno da nessuna parte, non presentano nulla, al limite - semplicemente - non esistono. In un dialogo, in una descrizione, nel racconto di un evento qualunque Santacroce va subito KO: la sua insipienza dal punto di vista narrativo è addirittura patetica, ma non è questo il punto. Il suo libro è né più né meno che un incantesimo stampato, una corsa notturna in auto senza scopo né destinazione. Interessante come le sue pagine non reggano a una lettura ad alta voce: scatenano il riso, il ghigno, il cachinno, i peggiori sarcasmi. Forse perché i suoi stilemi (il sostantivo al posto dell'aggettivo «mi dirigo cyborg», «risponde alunna» la paratassi affannosa, l'alternanza scomposta tra prima, seconda e terza persona) sono meccanici, ripetitivi, alla lunga devastanti, o forse perché - in definitiva - tutto il suo armeggiare con parole e marchi di scarpe da ginnastica serve solo a coprire l'estrema povertà di suggestioni narrative, la mancanza di sensibilità, il vuoto. Ad avere la pazienza di leggere fino in fondo si scopre che poi la vicenda tanto postmoderna e estrema non è altro che la cronaca di una storiellina d'amore tra emarginati per scelta, con la protagonista che passa dalle pratiche cerebrali della prostituzione lesbica un filino sadomaso all'amore per un uomo. Questo avrebbe fatto contenta anche mia nonna, detto per inciso. C'è un singolare, confuso moralismo, infatti, nelle pagine della Santacroce, caratteristica che l'accomuna, questo sì, ai cosiddetti cannibali. C'è letteralmente un abisso tra Santacroce e i narratori Underground, Splatter, Cyberpunk americani, uniti da un profondo orrore per il mondo, c'è il mondo trasformato in merce, in meccanismo, in incubo (cfr. James Ballard - Crash). In Santacroce c'è tantissimo compiacimento di sé e di quello che va scrivendo ma letteralmente nessun sentimento del mondo, una piatta adesione a tutto quanto viene proposto dai media senza nessun distacco critico, nessuno scatto, nessuna distanza. Il suo libro non è un blob montato da un genio pazzo, ma un ininterrotto, confuso spot pieno di mutande abbassate e rialzate (curioso, la protagonista cambia le mutande ogni venti minuti o giù di lì e ogni volta ce ne dice il colore), stereo dal volume troppo alto, droghe varie prese per noia, il compiacimento infantile dei piccoli furti nei supermercati e un diffuso, irritante sentimento di superiorità verso i poveri cristi che non stanno a Londra e fanno una vita appena normale.

Con raffinato equilibrio Cotroneo ha definito "stronzate" Destroy, parlando dei deliri di una sciampista, mentre Baricco ha preso un'intera pagina della Stampa (o forse era Repubblica) per gridare al miracolo o quasi.

Secondo me ha ragione Cotroneo, se non nei modi, almeno nella sostanza.

(Giulio Artusi da LN 1)

 
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Autore Albero